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Viaggio letterario nella Terra di mezzo

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Paolo Saggese 

L’Irpinia è terra di passaggio, perché è terra che sta al centro, al centro dei monti d’Italia, come ebbe a cantare duemila anni fa Virgilio. È terra collocata tra altre terre, tra la Campania felix e il Tavoliere delle Puglie, tra le montagne dei Luca­ni e quelle dei Sanniti. È dunque “Terra di mezzo”, come l’ha definita efficacemente Giu­liano Minichiello1. È una terra che è stata mater e matrigna, che ha suscitato amori e odi profondi, è una terra della miseria o dell’osso – come la definì Manlio Rossi-Doria -, ma è anche terra d’acque rigogliose e ristoratrici, terra del verde intenso e accecante, terra della natura incontaminata, della pace, del benessere, dei silenzi, del vento, della neve, degli orizzonti sconfinati … È terra di fascino, perché è terra di passione e di fatica, di vita vera.

Queste non sono semplicemente nostre “sensa­zioni”, ma sono le “sensazioni” presenti nei “diari”, nelle cronache, nelle poesie dei tanti uomini, che hanno percorso questi luoghi per un giorno soltanto o per una vita, e che hanno dato quadri indimenticabili di un mondo incantato e seducente.

Passaggio da oriente: la Terra dell’infinito

L’Irpinia si può conoscere arrivando da Oriente, ovvero dalla Puglia, percorrendo la A 16 Canosa-Napoli, superando in autostrada il casello del Calaggio ed inerpicandosi per le ripide e tortuo­se salite che portano a Lacedonia o Bisaccia. Il nostro viaggiatore/lettore potrebbe varcare l’in­gresso d’Irpinia con le parole dell’illustre latini­sta Antonio La Penna, che, immaginando di rivolgersi al suo componimento (“messaggio”) personificato, gli indica la strada per Bisaccia, “fino ai monti cretosi che declinano / verso il Tavoliere assetato …”2.

Prendiamo la strada per Lacedonia, e appena si arriva ad un’altura degna, nei pressi del paese, si può comprendere come l’Irpinia sia terra di vasti orizzonti e di silenzio, come l’immaginò e la descrisse Francesco De Sanctis, e gli apparve in quel principio del 1875, quando intraprese il suo Viaggio elettorale:

“… Rimasi solo. E mi affacciai subito. Era dinanzi a me una larga distesa di cielo. Mi parea vedere lontano il Vulture, con la sua cima nevo-sa, fiammeggiante un giorno, e con le spalle sel­vose, onde si stende quel bosco infinito e quasi ancora intatto, che si chiama Monticchio. Qui è tanta poesia …”3. Il Vulture domina l’orizzonte, ancor di più se si percorre la strada interna che da Lacedonia porta a Bisaccia oppure se si arriva a Montever­de o ad Aquilonia. La vista è più agevole se si procede da Bisaccia a Lacedonia, ma la vetta è comunque visibile, da Guardia Lombardi in poi. E con essa ci accompagnano il vento, il silenzio, i falchi e le poiane, che volteggiano insieme alle pale eoliche: le stesse macchine sembrano vol­teggiare tra le tante curve, che si devono supera­re. Ma ad ogni curva il lettore/viaggiatore potreb­be fermarsi, per assistere ad un panorama nuovo, come quello descritto ancora da De Sanc­tis, dal castello ducale di Bisaccia:

“… Poi mi condussero al castello, e mi mostra­rono la stanza del Tasso. Chi diceva: è questa, e chi diceva: no, è quella. Mi fermai in una che aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo grigio. Povero Tasso! Pensai; anche nella tua anima il cielo era fatto grigio. Che vale bella vista, quando entro è scuro? Stet­ti un po’ affascinato. Vedevo certi ultimi monti così sfumati, così fluttuanti, che parevano nuvo­le, e mi davano l’impressione di quell’intermina­bile, di quel lontano che spaventa, e rimasi un pezzo balordo, e non indovinavo l’uscita”4.

Al di là del prezioso riferimento al Tasso, che pare abbia soggiornato nel castello nel 1588, qui colpisce la rappresentazione dell’orizzonte, che l’Irpinia d’Oriente – come l’ha definita Fran­co Arminio – offre al visitatore: l’Irpinia è un bal­cone naturale, che regala un’idea d’infinito, che De Sanctis paragona a quello leopardiano, dal momento che il “lontano che spaventa” richiama “ove per poco / il cor non si spaura …”. Stessa idea si trae da una descrizione di Bisac­cia di Franco Arminio, che nel suo Viaggio nel cratere (non elettorale) scrive: “A volte su que­st’ultima loggia l’aria è così chiara che si può immaginare di vedere l’orario dei treni alla sta­zione di Foggia. Guardandosi intorno, invece, compaiono portali splendidamente intagliati, i palazzi dei nobili e le piccole case dei braccian­ti, i vicoli che finiscono a strapiombo su una campagna fatta di fazzoletti di terra lavorati con puntiglio e cura”5. E la bellezza di questi luoghi ha incantato tanti, tra cui Vittorio Sermonti.

Lasciata Bisaccia, il percorso può seguire dire­zioni differenti. Avendo tra le mani il Viaggio elettorale, come un breviario, si può scegliere l’i­tinerario di De Sanctis, che dopo “Bisaccia la gentile”, descrive “Calitri la nebbiosa”, quindi “Andretta la cavillosa”, “Morra Irpino” – oggi De Sanctis -, e Sant’Angelo dei Lombardi, “La mia città”, oppure seguire il percorso dell’Irpinia d’Oriente proposto da Franco Arminio nel suo Viaggio. Libertà al lettore/viaggiatore. Molto suggestivo è anche un diario di viaggio per l’Irpinia d’Oriente di Marco Ciriello6 che tra le altre cose così descrive la strada tra Calitri e Bisaccia: “Desolante bellezza. Un serpente nero che si muove fra terre incolte, mute, sciolte. Nessuna costruzione. Qualche sporadico albero. Solo terra, pettinata dalla neve. Il bianco segna i solchi dei tratturi. Un laccio di sedici chilome­tri che sono una stagione immobile. Potrebbe essere qualunque luogo. I pali della luce conta­no la distanza.

Lontano lontano, emergono, deposte sui picchi dell’altipiano, le pale enormi dell’energia eolica, spilli giganti, incessanti gira­no, lancette, sembra, a misura del tempo. Eppu­re alle spalle si lascia Calitri che appena spunta alta sulla strada mette allegria. Una parete di case, una sull’altra, sembra in posa, colori sgar­gianti spalla a spalla con lo scuro delle pietre fradice d’acqua, memoria grezza e sfavillante presente”. Noi proseguiamo ancora sulle orme di De Sanc­tis verso l’interno, verso Occidente, e giungiamo a Morra, che rappresenta il momento centrale del racconto (è il paese di nascita del grande cri­tico), dove ancora domina l’idea di un’Irpinia terra dell’Infinito:

Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere, posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant’An­giolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e colassù vedi Sant’Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella, e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra è la valle dell’Isca, impetuoso torrente che va a con­giungersi coll’Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e ti mostra Andretta, e il castello di Cairano, avanguardia di Conza, e Sant’Andrea. L’occhio non appagato, navigando per quell’infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa dell’immagina­zione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov’è Campagna. Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c’è alcun mor­rese, che non possa dire: io posseggo con l’oc­chio vasti spazii di terra”7.

E già! Abbiamo superato l’altipiano del Formico-so, con il suo vento, con il suo verde, con il suo sole, con la solitudine minacciata dalle pale eoli­che inverosimilmente alte, e non abbiamo detto quasi nulla! Del resto, il Formicoso è luogo che bisogna visitare, non può essere raccontato se non da un grande poeta. Proseguendo verso l’interno, costeggiata Guardia Lombardi, giungiamo a Sant’Angelo, la città di De Sanctis, ma anche la città dell’italianista di Harvard Dante Della Terza, che ci conduce, attraverso alcuni suoi racconti intensi ed elegan­ti, nel vivo della quotidianità di questi paesi, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma descrive anche il tormento di un “Ulisse”, che abbando­na la sua terra e ne sente, sempre, il richiamo doloroso:

“… Quando io decisi di concorrere per una borsa di studio presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, mi sottrassi quasi del tutto al commercio quotidiano con gli amici del paese per preparar­mi ad un salto di qualità nei miei rapporti col mondo della mia infanzia che doveva rivelarsi con gli anni decisivo. Mi recavo con un libro per le strade di campagna e riflettevo e meditavo sulle molte mie lacune e sulla mia ignoranza e sulle cose che avrei dovuto leggere ed apprende­re per superare la prova che prevedevo assai ardua e competitiva. Il paesaggio nel quale mi muovevo o entro il quale gestivo il mio addio imminente alle cose più care e memorabili mi apparteneva ed io stesso mi apparivo come una transitoria espressione di una sua costante ope­rativa, un suo prodotto; e tuttavia sentivo che per potere veramente possederlo o revocarlo con pietà filiale dovevo drasticamente staccarmene …”8.

Passaggio da Nord-Est:  la Terra della natura alla Doré 

Non siamo ancora arrivati nel centro dell’Irpi­nia. Prima di arrivarci, consiglio dei percorsi alternativi. Il lettore/viaggiatore che arriva da Nord, da Roma o da Napoli, percorrendo l’autostrada A 16 Napoli – Canosa, può decidere di superare Avel­lino, ed uscire al casello di Grottaminarda o pro­seguire sino a Vallata e Lacedonia, ma in tal modo allungherà eccessivamente il tragitto. Se esce a Grottaminarda, il paesaggio è in parte diverso rispetto a quello dell’Irpinia ad Oriente, che è già sotto l’influsso del clima pugliese (soprattutto Bisaccia, Lacedonia, Monteverde, Calitri, Cairano): è meno brullo, anzi è ricco di verde, di alberi d’alto fusto, di boschi e di vigne: siamo nella terra del fiume Calore, siamo nell’Ir­pinia del Calore e dell’Ufita. Per descrivere questo itinerario, non v’è niente di meglio di una celebre pagina di Mario Soldati, scritta in occasione della sua fuga, insieme a Dino de Laurentiis, il futuro produttore cinema­tografico di fama mondiale, da Roma verso Torel­la dei Lombardi – dove erano i parenti di de Lau­rentiis -, fuga dai tedeschi e verso i liberatori angloamericani. In questa fuga con mezzi di for­tuna, prima in treno, poi in bicicletta per le stra­de polverose e piene di buche dell’Irpinia del settembre 1943, provenendo da una Benevento distrutta dai bombardamenti verso l’Alta Irpinia, ecco lo spettacolo che appare alla vista della valle del Calore:

“Attraversiamo in velocità il ponte sul Calore, lasciamo la strada asfaltata, e ci ingaggiamo per la polverosa via di Taurasi. Siamo ancora incerti se dobbiamo, o no, passare da Paternòpoli. Que­ste strade secondarie sono segnate molto som­mariamente sulla nostra carta; e Paternòpoli, il nome di questo paese, il suono del nome di que­sto paese, Paternòpoli, ci affascina. ‘Fuga da Paternòpoli’ ci ripetiamo continuamente: sareb­be un bellissimo titolo per un libro. Ma tutti i nomi di questi paesi hanno uno strano incanto: Paternòpoli, Taurasi, Gesualdo, Fontanarosa, Villa Maina (sic), Frigento, Taverne di Frigento, Sant’Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi, Guardia Lombarda (sic), Nusco. Lo stesso pae­saggio si trasforma rapidamente sotto i nostri occhi; e man mano che ci allontaniamo dal ponte sul Calore e dalla strada asfaltata, abbia­mo l’impressione di avanzare in una natura favo­losa ed antica, la stessa dei quadri di Salvator Rosa e Massimo d’Azeglio, o dell’Ariosto illustra­to dal Doré. Grandi alberi, boschi disordinati, fol­tissime forre, campi gremiti di messi che non paion neppur coltivate, piccole valli e lunghi dorsi di colline che si seguono e frastagliano in mille direzioni, e improvvise radure dove scorre tra i ciottoli il filo d’acqua di un torrentello. Irpi­nia, si chiama questa regione, e non la conosce­vo. Com’è varia e bella l’Italia!”9

Sensazioni in parte simili a quelle provate da Orazio, quando, insieme a Mecenate, Virgilio e altri amici, da Roma si recò più di duemila anni fa sino a Brindisi, lungo la via Appia, ad un incontro che propiziasse la riconciliazione tra Ottaviano e Marco Antonio, nella primavera del 37 a. C. Orazio riconobbe allora da Trevico le sue montagne, quella della sua infanzia, il Vulture, e pensò alla sua Venosa, lambendo la verde Irpi­nia:

… INCIPIT EX ILLO MONTIS APULIA NOTOS OSTENTARE MIHI …

“… l’Apulia comincia a mostrarmi le montagne a me note, che lo scirocco brucia: mai ne sarem­mo venuti a capo, se non ci avesse dato ricovero una taverna vicina a Trevico, piena di fumo da farci lacrimare, giacché ardevano nel camino rami verdi con tutte le foglie. Qui io me ne sto ad aspettare come uno sciocco, fino a notte fonda, una ragazza bugiarda; il sonno, alla fine, mi prende, tutto teso al richiamo di Venere …” (Satire, I 5, vv. 77 ss., nella versione di Mario Labate).

A proposito di Trevico, il grande Ettore Scola ha descritto, nel bel libro Il cinema e io. Conversa­zione con Antonio Bertini (Officina Edizioni, Cinecittà International, Roma, 1996), questo borgo, un luogo della sua infanzia, e il suo “incontro” miracoloso con il cinema:

“Trevico, a 1100 metri sul livello del mare, è sempre squassato dal vento, anche d’estate: il telone ondeggiava, si gonfiava, tirava le corde. La piazza era come una nave, una grande nave in tempesta. Finalmente, quando si fece buio, accadde il grande evento e io vidi il primo film della mia vita: Fra’ diavolo. […] l’emozione della cerimonia, alla quale assistevamo come in una chiesa, era superiore al divertimento. Ricordo dove ero seduto, i bambini che erano vicino a me, i genitori dietro, e … ricordo quel film, che in seguito ho rivisto più volte, ma è l’unico di Stanlio e Ollio che non mi fa ridere”.

Arrivati a Grottaminarda, il lettore/viaggiatore potrebbe scegliere la strada della Valle dell’Ufi­ta, spingersi magari sino alla vetta d’Irpinia, Tre-vico, oppure raggiungere la nobile e alta Ariano, la patria del poeta romantico e libertario Pietro Paolo Parzanese. Questi percorsi potrebbero essere accompagnati dalla lettura del paesologo Arminio oppure di un bel libro-guida storico-letteraria del poeta e scrit­tore Ugo Piscopo10, che racconta con brio e profondità le valli d’Irpinia, o ancora di un libro affascinante di Emilia Bersabea Cirillo -Il pane e l’argilla – di cui parleremo in seguito. In particolare, per Piscopo, gli uomini della Baronia sono Centauri, che dichiarano la loro diversità dagli altri esseri, persino dagli altri Irpi­ni. E così lo scrittore e poeta rappresenta, pen­sando a Carife, la sua storia di tremila anni, e gli altri paesi vicini, la loro disposizione geografica:

Le genti della valle dell’Ufita avevano abbando­nato le zone pedemontane, scegliendo definitiva­mente le alture, da sempre. Perché avevano subi­to capito che c’era poco da fidarsi del fiume. Tu credi che quello sia un fiume e d’improvviso ti si abbatte addosso come un mare, che si trascina appresso pezzi di montagna. Tu confidi nel suo corso per la buona stagione, e quello già in pri­mavera mette a nudo una spiaggia immensa di limo e di sassi bianchi come la calce. Qua e là, sotto le rive ombreggiate da salici, si coagulano e resistono pozzanghere filamentose, viscide, su cui insistono nugoli di moscerini e di zanzare”11.

Attraverso i racconti di questi autori, si potrà visitare a caso Flumeri, Castel Baronia, San Nicola, San Sossio, Vallesaccarda, Vallata, Villa­nova del Battista, Zungoli, con il suo castello, Greci, Scampitella, Savignano Irpino, Montagu­to. Dunque, il lettore/viaggiatore potrà seguire il percorso di Piscopo o di Arminio o della Cirillo, oppure quello di Soldati, in questo caso volgen­dosi verso il centro dell’Irpinia, non in bici, a meno che non si tratti di un appassionato più che dilettante, ma in una comoda auto, lascian­dosi alle spalle Mirabella e la sua Aeclanum, e continuando per Fontanarosa, per il valico di Gesualdo, costeggiando Frigento e raggiungendo Gesualdo, ammirando il suo castello, e rievocan­do le storie di amore e morte con protagonista il principe dei madrigali Carlo Gesualdo, sino a giungere al castello di Torella – terra di Sergio e Vincenzo Leone e dei de Laurentiis -, splendida­mente ricostruito, e che appare nella sua impo­nenza, a dominare la Valle d’Ansanto, insieme alle rovine della torre di Rocca San Felice e del castello di Sant’Angelo. Queste stesse strade percorsero tre viaggiatori inglesi: il vescovo-filosofo Berkeley, in un viaggio del giugno 171612, Henry Swinburne (1743­1803), nei suoi viaggi effettuati tra il 1777 e il 1780 e descritti in Travels in the Two Sicilies, ed Eduard Lear, scrittore e pittore, famoso soprat­tutto come autore di “limericks”, non sensi ric­chi di umorismo, a metà Ottocento. Del resto, l’Irpinia, come tutto il Sud d’Italia, a partire dalla fine del Settecento e nel corso del-l’Ottocento, diviene una delle mète del “Grand Tour” europeo, uno dei luoghi privilegiati dove artisti e scrittori (si pensi ad esempio a Goethe) potevano scoprire un mondo più “naturale” e incontaminato, in una parola “pittoresco”, ovve­ro selvaggio, ricco di miti, di resti del passato, di una natura affascinante, esotica, bellissima e al contempo disordinata, imprevedibile, magica e minacciosa. In particolare, l’Irpinia spesso assurge a simbolo, come il Vesuvio e l’Etna, di luogo non semplicemente selvaggio e incontami­nato, ma persino lugubre e pauroso, quando, sulla scia di Virgilio, i viaggiatori si volgevano sino alla Mefite. Ma l’arrivo alla Mefite, per il momento, lo rinviamo: rappresenterà una delle mète del nostro viaggio. Swinburne, ad esempio, nel percorrere la strada da Avellino a Montefuscolo, sino a Mirabella, così descrive le “rovine” dell’antica Aeclanum e poi di Frigento:

“Non si sa da chi ed in quale periodo la città [Aeclanum] fosse stata distrutta; attualmente le uniche rovine presenti sono alcuni terrapieni, muri di pietra, frammenti di colonne di marmo e basamenti di statue di ordine dorico e corinzio. […] Nel pomeriggio ci spostammo sei miglia a sud, verso Frigento, attraverso una vallata este­sa, dove i nostri cavalli furono immersi nell’argil­la quasi fino alle selle, sebbene non avesse pio­vuto per lungo tempo. La campagna era in gran parte arabile, ma scarsamente coltivata. Frigen­to è un luogo in rovina su di una collina, per lo più costruito miseramente, e poveramente prov­vista del necessario per vivere. I suoi abitanti, in numero di duemila, vivono della vendita di peco­re, di maiali e di grano. Nell’intera cittadina non c’era una locanda discreta in cui ci potessimo azzardare a trascorrere la notte …”13.

Insomma, l’impressione di luogo selvaggio e affascinante che ne traggono Berkeley, Swinbur­ne e Lear non è molto differente dall’ammirazio­ne che ha suggerito lo straordinario quadro offer­to dalla penna di Soldati. Ed è con questo stes­so spirito che il viaggiatore moderno dovrebbe affrontare un percorso, reale ma anche dell’ani­ma, nella terra d’Irpinia, e scoprire un mondo altrove ormai perduto e qui presente nei colori, nel vento, nei suoni, nel silenzio, nelle albe, nei tramonti, nel cielo, nei panorami, che si perdo­no a vista d’occhio. Potrebbe scoprire così l’Irpi­nia romana di Aeclanum e più a Sud di Compsa (Conza della Campania), quella preromana di Carife, Bisaccia, della Mefite…

Altra tappa potrebbe essere rappresentata da Gesualdo, la già ricordata patria di Carlo Gesual­do, luogo che fu mèta di Igor Stravinskij, uno dei più grandi musicisti del Novecento, nel 1956 e nel 1959, quando sulle tracce del “principe dei musici” che egli ammirava, si spinse da Napoli sino in Irpinia, rievocando poi questo viaggio con notazioni di colore: “… Il castello di Gesualdo era allora la residenza di qualche gallina, una giovenca e una capra che pascolava, nonché di una popolazione umana che annoverava, in quel decennio ante-pillola e anti-maltusiano, un numero enorme di bambini …”14. Anche da que­sto comprendiamo quanto siano diverse l’Italia e l’Irpinia di oggi.

Passaggio da nord: l’Arcadia perduta

Il nostro lettore/viaggiatore, che proviene da Roma o Napoli, percorrendo la A 16 Napoli-Canosa, invece che superare Avellino ed uscire a Grottaminarda, o a Vallata, o ancora a Lacedo­nia, potrebbe anticipare l’ingresso in Irpinia. Potrebbe uscire al casello di Avellino Est, e pro­seguire in direzione Montella – Lioni, lungo la nuova Ofantina. Oppure, potrebbe raggiungere la stazione ferroviaria di Avellino – città evocata tra gli altri da Guido Piovene e Carlo Muscetta – e prendere il treno Avellino – Rocchetta Sant’Anto­nio, il paese della talentuosa scrittrice Mariate­resa Di Lascia.

Ma dovrà prima informarsi accu­ratamente sugli orari del treno. Dopo le gallerie che non solo idealmente separa­no la bassa dall’alta Irpinia, il viaggiatore resta incantato dai contrafforti e dalle vette selvose di Volturara, Montemarano, Serino, Montella, Bagnoli Irpino. I Monti Picentini sono ancora luogo incantevole e incontaminato, sede non a caso di un Parco Regionale, luogo che affascinò un grande meridionalista, in una delle sue escur­sioni in Irpinia, l’alba del 30 luglio del 1883. Raggiunta la vetta del Terminio, ecco le sensa­zioni di Giustino Fortunato:

“La veduta era estesissima a noi intorno, e dapertutto veramente – dai poggi irpini ai con­trafforti lucani, dall’acuminato Vesuvio all’ampio Vulture sorridente, su monti e valli di mille colo­ri, fra cielo e mare d’una sola tinta cilestrina, ­dapertutto regnava dolcissima una quiete serena e splendeva ineffabile una luce tersa e dorata, una luce benigna, che dava all’animo non so che impressione profonda di calma e di riposo. Era una di quelle immense vedute così frequenti su l’alto Appennino, che distraggono più che non sogliono richiamare o fissar occhio: solo la Celi­ca, aerea, l’arditissima Celica fatta a mo’ di forca, attirava distinta lo sguardo a cinque miglia in linea retta e, come tutte le altezze solitarie flagellate dai venti, s’imponeva maestosa e solenne …”15.

Qui, come Giustino Fortunato, il viaggiatore potrà godere di una montagna pura, incontami­nata, godere di acque limpide e straordinarie, “godere più piena e più pura la coscienza della vita”. E così scendiamo verso Montella, con le parole ancora di Giustino Fortunato:

“Provavo ormai quel benessere indefinibile, che i grandi spettacoli della natura sogliono infonde­re nel cuore dell’uomo. […] subito riprendo il cammino a mezzo del Piano di Verteglia, che veramente è la più deliziosa valletta che si possa immaginare, io pensava all’età mitologica dell’o­ro, al beato regno di Giano e Saturno, ai buoni terrigeni pastori del nostro Appennino: pensavo alla gentile egloga vergiliana, all’idillio amoroso di Dafni e Cloe, alle primavere sacre degli anti­chi popoli italioti …”16.

Queste selve, questa natura pura e perfetta, ricordano all’intellettuale Virgilio e i canti bucolici. Non a caso, si ritiene che l’Irpinia, questi monti in particolare, abbiano ispirato il più famoso libro del Quattrocento e uno dei più imi­tati della letteratura europea sino alla Rivoluzio­ne francese, l’Arcadia di Iacopo Sannazaro, che sul finire del secolo XV fu ospite dei Cavaniglia di Montella. E così, nelle parole di Elpino della IV egloga, che cerca pace in una valle, si potrebbero riconosce­re quelle di Giustino Fortunato:

Monti, selve, fontane, piagge e sassi

vo cercand’io, se pur potesse un giorno

in parte rallentar l’acerbo pianto;

ma ben veggi’or che solo in una valle

trovo riposo a le mie stanche rime,

che murmurando van per mille campi.

[…]

Ben mille notti ho già passate in pianto,

tal che quasi paludi ho fatto i campi;

al fin m’assisi in una verde valle

et una voce udii per mezzo i sassi

dirmi: – Elpino, or s’appressa un lieto giorno

che ti farà cantar più dolci rime.

Ma lasciamoci ancora guidare da Giustino Fortu­nato verso Montella sino a Bagnoli, dove avviene l’incontro con il “signor Michele Lenzi, il simpa­tico Lenzi, valoroso garibaldino quanto egregio pittore, che sapemmo tramutato da un sol mese in sindaco del comune”, incontro tra vecchi amici, cordiale, ricco di affetto, che diede sollie­vo all’instancabile viaggiatore da ogni fatica. Con il sindaco e pittore, dunque, Fortunato orga­nizza l’ascensione al Laceno, l’altipiano ammira­to poi anche da Alfonso Gatto, nell’estate del 1956, “magnifica prateria bislunga, dominata in fondo dal gran dosso boscoso del Cervalto, chiu­sa d’ogni parte da chine vestite di faggi secolari, e traversata dal rivolo perenne della Tremola, che si raccoglie nell’angolo di libeccio e forma un lago ai piedi della ombrosissima Raja Magra”17. Intanto, nella valle tra Bagnoli e Montella, si respira aria di pace e di sacro, con il Convento di San Francesco a Folloni, che vide il passaggio del Santo d’Assisi, e in alto il Santuario del San­tissimo Salvatore, e di fronte quello di Santa Maria della Neve, con in cima il castello. Questi luoghi hanno ispirato tanti poeti e scritto­ri. Qui, un omaggio ad una figura poliedrica d’in­tellettuale nato a Cassano Irpino, Aurelio Bene­vento, che ha scritto questa poesia:

Sui monti del Laceno

Sono tornato ai monti invernali

Dopo tanto tempo

E alla fine del tempo

Ma ormai è tardi

Vi sono soltanto macchie di neve

In mezzo alla terra nera e motosa –

Poche ore dopo che la neve s’è sciolta

Sull’erba strinata dal gelo

Sono già nate sul ciglio

Le prime viole dei monti

Con il puntino giallo-arancione

E la vista si perde nel silenzio infinito

Dando la vertigine

Che provò centomila anni fa

Francesco Petrarca

Sul Monte Ventoso …

Questa terra, del resto, è stata feconda di poeti: si pensi ai versi di Agostino Astrominica, Giusep­pe Iuliano ed Alfonso Attilio Faia, alle pagine dedicate a Luogosano da Angelo Antonio Di Gre­gorio. Ed ha ispirato un altro “viaggiatore” insolito, Pierre Hugot, un giovane tenente dell’esercito francese, che durante la seconda guerra mondia­le aveva aderito all’organizzazione “France Libre”, e che per due settimane, nella primave­ra – estate del 1944, fu inviato a Nusco insieme ai suoi soldati (componenti del “Battaillon de marche du Cameroun”) per acclimatarsi all’aria di montagna prima della battaglia di Cassino. Da questo soggiorno, nacque un capitolo del memo­riale Baroud en Italie dal titolo Les adieux de Nusco. Anche il giovane tenente non riesce a resistere al fascino di questi luoghi: “Tutto intorno c’è l’am­masso romantico delle montagne, il mantello rugoso della foresta e, più in alto, l’erba rasa delle cime, cosparsa di neve. Così è stata la mia prima visione di Nusco: un sole obliquo che modella i rilievi di ombre sfumate; una lunga scia di pulviscolo solare che attraversa da un capo all’altro la valle e che penetra, durante il percorso, nelle finestre del convento di San Francesco, posto come un dado sul cappello appuntito di un brigante degli Abruzzi18. Nella penombra polverosa ed impercettibile della val­lata risuona una campana, grave e lontana. C’è in questo paesaggio, una presenza di simboli, un richiamo così diretto all’anima che nessuno può restarne insensibile”19.

Eppure, pochi mesi prima, nel settembre 1943, qui aveva infuriato la guerra, come raccontano tantissimi viaggiatori e testimoni, da Soldati ad Edgardo Sogno, da Agostino Minichiello a Pasquale Saggese, da Antonio La Penna a Gian­ni Raviele20. Fa eco a Pierre Hugo il poeta Giuseppe Iuliano: “Nusco appare come uno sciame bianco, raccol­to nel grembo di terrazze, di case che si incunea­no, si sommano, in un intreccio di pietra e calce sospeso tra cortine di nebbia. La montagna rende inesauribile, nei colori e nelle atmosfere, questo paesaggio che ha attratto numerosi arti­sti. La vivacità intellettuale si spiega forse con il capriccio dei venti, che qui hanno tutti libertà di soffio …”21. Del resto, Nusco è annoverato tra i “Borghi più belli d’Italia”. Ma anche gli altri borghi, tra le montagne d’Irpinia, hanno un fascino non tra­scurabile. Alcuni di questi potrebbero essere visitati attraverso i racconti, bellissimi, di un altro figlio di questa terra, il giornalista e scritto­re Aldo De Francesco, che così, ad esempio, descrive Montemarano: “A vederlo poi quieto e disteso su un colle, con il castello in cima, disar­mato e nudo, l’aria di chi non ha più nulla da nascondere e da difendere, aperto su un orizzon­te sconfinato che spazia dal Gran Sasso alle Puglie, subito rasserena. Anzi dà un senso di immediata simpatia e di raccolta familiarità come il paese dell’anima”22.

E così siamo arrivati a Nusco e Torella, alle sor­genti dell’Ofanto, e con esse il lettore/viaggiato­re può intraprendere un nuovo percorso. Poteva­mo dire altro di Montemarano – il paese che ospitò l’elegante novelliere Giambattista Basile ­, raccontare di Castelvetere, Castelfranci, paesi di vini, di tarantelle, di carnevali, e ancora di Salza Irpina, Sorbo Serpico, Lapio (con il suo suggestivo ponte ferroviario), San Mango, Taura­si, Luogosano, paesi di nobili tradizioni e di per­sone ospitali. Come guida d’eccezione, per que­sti luoghi, possono ancora servire Piscopo, Armi­nio, Cirillo, De Francesco …

Passaggio da sud sulle tracce di Ungaretti: la Terra dell’acqua e delle rupi scoscese 

Il lettore/viaggiatore può a questo punto conti­nuare la strada lungo la nuova Ofantina, ed arri­vare sino a Lioni, Conza, Sant’Andrea, Calitri, Cairano, Monteverde oppure compiere una virata verso Occidente, in direzione Reggio Calabria, e raggiungere Caposele, Senerchia, Quaglietta: sono tutti luoghi ricchi di storia e di bellezza. Il percorso può, ovviamente, essere compiuto in senso inverso da coloro che provengono dalla Puglia e dalla Basilicata (ripercorrendo la strada che da Foggia porta a Candela e quindi l’Ofanti­na sino a Monteverde), o dal Sud, da Salerno e dalla Calabria (partendo dall’uscita di Contursi della Salerno-Reggio Calabria). Il viaggiatore che viene dalla Puglia, si imbatte in un paese dai colori bellissimi, l’ultimo della provincia e della regione, Monteverde, paese dal castello incantevole ora in ristrutturazione (quasi completata), dai boschi incontaminati come “La foresta”, a pochi passi dal maniero. Da questo paesaggio sono stati affascinati molti scrittori e viaggiatori, che possono quasi toccar con mano il Vulture e Melfi. Tra questi Gad Lerner, che, nell’illustrare la vita degli operai della Fiat di Torino23, racconta del destino di emigrazione di molti monteverdesi dal Sud estremo al Piemon­te. Questo libro è godibile anche per l’eleganza delle descrizioni paesaggistiche, dei ritratti e dei bozzetti umani, per la capacità di arrivare diritto al cuore dei problemi e dunque al cuore degli uomini. Non è Gad Lerner un “visitatore incom­prensivo”, come era stato più di quaranta anni prima Mario Soldati. In comune con quest’ulti­mo, comunque, ha la capacità di rappresentare in modo vivo i colori e il fascino della campagna irpina, quando scrive: “I campi neri di cenere delle stoppie già bruciate, il caldo feroce di Val­lata, Lacedonia, Candela. Ora siamo proprio nel mezzo, tra le province di Foggia, Avellino, Poten­za. Fluendo a zigzag verso la Puglia, il fiume Ofanto reso brillante dal riverbero del sole sulle acque, lascia sulla destra Melfi, il monte Vultu­re e i colli lucani”. E accanto si trova Aquilonia, con le rovine di Carbonara, con il Museo etnogra­fico, opera somma di Mimì Tartaglia. Descrizione analoga, anche per eleganza, è pre­sente in alcune poesie di Carmelo Capobianco, oppure nel reportage di un inviato di “la Repub­blica”, Paolo Rumiz, che in una serie di resocon­ti (si veda ad esempio quello del 19 agosto 2006, p. 29), ha evocato il fascino degli Appen­nini italiani. Ma uno dei più illustri viaggiatori d’Irpinia è certo Giuseppe Ungaretti, che, nel 1934, seguendo il percorso dell’Acquedotto pugliese, ha compiuto un itinerario da Est ad Ovest, dal Gargano, dal Tavoliere verso il Sud interno, alla riscoperta di una terra dell’acqua, che dà origine all’Ofanto (il mitico fiume oraziano), al Calore e al Sele. Infatti, negli scritti di viaggio Il deserto e dopo, il grande poeta racconta del viaggio in particola­re da Venosa a Caposele (dove arriva il 9 settem­bre del 1934) alla scoperta dell’acqua e del suo fascino, passando per Venosa, con il Vulture maestoso che domina (“… incontriamo il Vultu­re nero con i suoi quattro o cinque dentacci. Acqua, fuoco: eruzioni e alluvioni hanno dato l’impronta ai pietroni d’intorno …”), con Calitri e la valle dell’Ofanto: “Poi s’apre la vallata dell’Ofanto e per un’altra strada a girandola arriviamo in cima a Calitri, paesino bianco a 600 metri colle case che si tengono strette sulla frana”24. Oltrepassa la sella di Conza, scorge Castelnuovo, Laviano, e Cala­britto, che gli è indicato come “il paese più ricco d’Italia”. Ed ecco l’arrivo a Caposele, che appare ad Unga­retti luogo selvaggio e affascinante, secondo un leitmotiv ormai divenuto consueto per l’Irpinia:

“Entrando in paese ci viene incontro una gola di una cinquantina di metri per dieci, spaccata nella roccia e sparsa di macigni ruzzolanti e piombanti dalla montagna; qui si vedono le sor­genti del Sele lasciate in libertà e che alimenta­no ciò che rimane del fiume che va dalla parte di Pesto: un boccalone vomitante in cima, e sotto un’infinità di fontanini che intrecciano le loro vene fra gli olmi, l’edera, le acacie, il sam­buco, un fico che ha l’età di Matusalemme: in fondo fra i pietroni l’acqua scivola sveltissima, in una specie di foro tenebroso, e si perde in quel-l’occhio”.

“… proprio ai piedi della buia parete verde del monte Rotoli è captata l’acqua per l’Acquedotto. Ora sono polle non meno vive di prima, ma sepolte. Al loro posto dove formavano lago a ferro di cavallo, appare un prato, e da un lato nello sfondo sorge su un salto un povero campanile distaccato dalla sua chiesa trasportata altrove. Nel mezzo del prato si notano quattro botole ermeticamente chiuse: sono gli accessi al cana­le che, afferrate le polle, le svia per una brusca storta, ed eccole dentro una stanza di manovra”.

La notte, Ungaretti soggiornerà a Calitri, e que­sta cittadina ispirò una poesia bella e tormenta­ta, studiata accuratamente da Alfonso Nanna­riello, più volte rimaneggiata tra il 1934 e il 1949. Nell’ultima versione porta appunto il tito­lo Calitri:

Deposto dal torrente c’è un macigno

Ancora morso dalla furia Della sua

nascita di fuoco.

Non pecca in bilico sul baratro Se

non con l’emigrare della luce

Muovendo ombre alle case Sopra

a frana ferme.

Attinto il vivere segreto Col sonno

della valle non si sperde; Da cicatrici

ottenebrate Isola lo spavento,

ingigantisce.

Qui, il poeta, rivivendo in una chiave completa­mente personale, intima e “psicopatologica” il paesaggio, sembra descrivere, come nota Nan­nariello, il luogo di una catastrofe. La collina di Calitri appare come un “macigno / Ancora morso dalla furia / Della sua nascita di fuoco”, ossia come una collina frutto dei som­movimenti tellurici, del “fuoco” del nucleo terre­stre, sulla cui sommità vi sono le case del paese, “in bilico sul baratro” e “sopra la frana ferme”. Dunque, anche le case sono lì lì per raggiungere l’abisso: il pàthos delle case – osserva Nannariel­lo – è nel loro essere ferme su una terra non ferma. Questa terra si sa non ferma non tanto a causa della “frana” o del “baratro”, immediata­mente e attualmente presenti, bensì del terre­moto possibile25. Del resto, soltanto quattro anni prima, l’Irpinia era stata funestata dall’ennesimo terremoto. Calitri, comunque, è luogo letterario anche per le testimonianze di tanti, da Francesco De Sanctis ad Alfonso Nannariello, per arrivare alle compo­sizioni di Vinicio Capossela, che, in particolare nei Cd “Il ballo di S. Vito” (1996), in “Canzoni a manovella” (2000) e in “Ovunque proteggi” (2006), ricorda temi e pensieri della terra tra Andretta e Calitri, che ha dato origine alla sua famiglia.

Siamo, dunque, nella Valle dell’Ofanto. Sia con l’auto che con il treno, si segue per un buon trat­to il corso del fiume, ancora un luogo letterario d’eccezione, perché il fiume del venosino Orazio è descritto anche da Virgilio, Lucano, Silio Itali­co, e nel mondo greco, tra gli altri, da Polibio e Strabone, e poi ancora da Tito Livio e Plinio il Vecchio. Ma l’Ofanto resterà per sempre legato, in modo indissolubile, al nome di Orazio, che lo ricorda “violens”, “acer”, “sonans”, simbolo di una terra arcaica, rigogliosa e incontaminata, specchio dei suoi vigorosi e austeri abitanti. E così, nel congedo del III libro delle Odi, dopo aver esclamato il famosissimo “Exegi monumen­tum aere perennius”, Orazio penserà alla sua terra lontana, alla fama del suo nome che arri­verà sino al Vulture, all’onore che gli sarà tribu­tato: “E dove suona l’Aufido imperioso, / e fu re Dauno, povero d’acqua, / tra i popoli dei campi, / anch’io sarò un signore, / anche di me si par­lerà: ‘Fu il primo / che portò qui tra i popoli d’I­talia / la poesia dell’Etolia!’ …” (traduzione di Enzo Mandruzzato). Sulla scia di Orazio, hanno celebrato il fiume violento e affascinante, tra gli Irpini, Camillo Miele (Andretta, 1819 – Montella, 1892) e Gio­vanni Malleone (Trevico, 1778 – 1851). Molti, del resto, hanno amato questo fiume. Famosa è, ad esempio, la descrizione, dal gusto­so “sapore” anche letterario, che Giustino Fortu­nato fornisce in un suo libretto su L’alta Valle dell’Ofanto. Qui, il grande meridionalista propo­neva un’immagine puntuale del fiume, propria di chi descriveva i luoghi per averli visitati realmen­te e con attenzione:

“Scaturisce l’Ofanto, umile ruscello, su nei campi di Torella dei Lombardi; di là da Lioni si serra in una gola, donde cade, per un’altezza di ventidue metri, nel piano di Conza della Campa­nia: poi di nuovo si chiude fra le strette di Caira­no, ma tosto si riallarga nella insenatura sotto­stante a Calitri, in cui sbocca la fiumana da Atel­la, il meno povero di tutti i suoi affluenti …”.

E già Fortunato, comunque, nel confrontare la descrizione di Strabone con la realtà del suo tempo, contrapponeva la grandezza del fiume antico alla scarsità d’acque come gli appariva nel lontano 1896, e che conferma nuovamente il carattere selvaggio del luogo: “Ora gli acquitrini sono alla foce, non meno che nelle conche più deserte dell’alta vallata: e da per tutto, per assai lunghi tratti del fiume, nei torridi mesi della estate, il velo delle acque rimane stagnante, come in una immensa, selvaggia palude stigia, sacra alla malaria”26.

La Terra della notte

Vorrei invitare il lettore/viaggiatore anche a sco­prire la notte irpina. Qui, la notte è ancora quel­la di un tempo, è ancora quella delle scarse luci, delle stelle e del vento. Ecco, la riscopriamo attraverso Ugo Piscopo: “Nella valle dell’Ofanto, la notte esiste veramen­te. Essa viene, questa cosa che è la notte, ti urta, ti scuote, ti prende e ti porta. Inizia, allora un viaggio in mezzo a zone inesplorate, che tut­tavia sembra di ricordare e riconoscere. Pur dimorando col corpo in un punto fermo della terra, tu fluisci in un vento di stelle, di querce, di pause e senti, però, che sei in esilio dalle stel­le, dalle querce, dalle pause del dolore e della follia. Una voce dentro suggerisce: ‘Sii te stesso. Parla con i sensi’. E con che altro si vorrebbe parlare dentro a una notte così corposa, avvol­gente, reale?”27. Dall’alto del belvedere di Frigento, così invece rivive la notte Pasquale Martiniello, scorgendo le luci dei cento e più paesi d’Irpinia: “Sulle cime dei flutti irrompenti / centoventi navi stellari, / piccole e grandi, con sparse lampare, / immobi­li e tacite sfidano i venti”28.

La Terra della fuga e del terremoto 

Tuttavia, l’Irpinia non è, anche nell’immaginario letterario, solo luogo dell’idillio. È anche terra del Sud, e dunque terra della fatica, degli sten­ti, della miseria, del sopruso, quindi dell’emigra­zione, della vera e propria “fuga”, della lotta per le terre, di tante sconfitte ideali, dei terremoti, che periodicamente hanno scosso queste valli, queste colline, queste montagne. Ero incerto se in una “guida letteraria” si doves­se far cenno, almeno un cenno, anche a questo. Ma credo che sia necessario. Sono decine i poeti, soprattutto di ispirazione meridionalista, che hanno raccontato questa sto­ria, sulla scia di Rocco Scotellaro, di Salvatore Quasimodo, di Alfonso Gatto: questi poeti irpini rispondono ai nomi di Antonio La Penna, Pasquale Stiso, Pasquale Martiniello, Giuseppe Saggese, Giuseppe Iuliano, Giuseppe Tedeschi, Nicola Arminio, Giuseppe Pisano, Ugo Piscopo, Agostino Minichiello, Nicola Prebenna … Riporto alcuni versi, per tutti, di Pasquale Marti­niello:

Irpinia, terra mia

Questa terra ha funi di radici

senza calze, unghie di zoccoli con

ferite senza suola, tanti petti,

rotti da favole di dolore e nidi in

silenzio costruiti, lasciati

inseminati.

Terra mia, dagli occhi arsi e

innamorati, tu mi parli di fughe

disperate, di sogni appesi a croci

stecchite senza fiori,

di lettere in lacrima bruciate, di fiocchi di

trecce, strappati in voto …29.

Analogo discorso vale per la poesia e la lettera­tura del terremoto30, che offre non poche testi­monianze di eventi drammatici ed epocali quali il sisma del 23 luglio 1930 e del 23 novembre 1980. Decine di poeti, di intellettuali, giornalisti e scrittori (da Alberto Moravia a Vittorio Sermon­ti a Carlo Muscetta a Dante Della Terza ad Anto­nio La Penna a Manlio Rossi-Doria a Vega de Martini a Giovanni Russo a Camilla Cederna a Romualdo Marandino a Claudia Iandolo a Marco Ciriello a Franco Arminio) hanno rappresentato un mondo che sembrava finire, calpestato da forze immani. Tra le tante testimonianze in prosa, non può mancare almeno uno stralcio della cronaca, che Alberto Moravia scrisse per “L’Espresso” (7 dicembre 1980). Raggiungendo i luoghi del disastro in elicottero, il grande scrittore sorvola San Mango (“il paese-cimitero”), e fa tappa a Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni. Solo poche righe di questa cronaca dal titolo Ho visto morire il Sud:

“Eccoci a Lioni, dove atterriamo nel campo spor­tivo. Prima di tutto c’è una grande casa di sei piani, con tanti balconi, apparentemente intatta e abitabile. Ma delle finestre si affacciano non già figure di donne incuriosite ma mucchi inerti di calcinacci. E, come su una faccia devastata da una malattia immonda, crepe nere e tortuose serpeggiano per l’intonaco bianco. Poi, ad una svolta, scorgiamo in una specie di anfiteatro di macerie, una folla immobile e silenziosa che guarda tutta quanta verso un solo punto…”.

Verso il Centro d’Italia: la Mefite 

L’Irpinia non è, dunque, solo luogo d’idillio. L’Irpinia ha un lato di mater, che abbiamo descritto, e uno di “matrigna”. Questo aspetto funesto, quasi lugubre, dell’Irpinia era stato già descritto da Virgilio nel settimo libro dell’Eneide, in un senso differente, quando identificava nella Valle d’Ansanto (nel territorio di Rocca San Felice) la porta degli Inferi, da dove passò la Furia Alletto dopo aver scatenato la guerra tra Rutuli e Troiani:

Est locus Italiae, medio sub montibus altis,

nobilis et fama multis memoratus in oris,

Ampsancti valles …

Un luogo c’è sotto i monti al centro d’Italia famoso: la valle d’Amsanto: il fianco boscoso d’un colle con alberi densi la chiude; nel mezzo di gonfio torrente fra’ sassi tortuoso passa lo strepito. Ivi un’orrenda caverna e la cruda porta di Dite si mostrano: vasta voragine dove Acheronte prorompe apre sue fauci pestifere; ed ivi scomparsa l’Erinni, nume dell’incubo, libera il cielo e la terra.

(VII 563-570, nella versione di Enzio Cetrangolo)

Questi versi esprimono, vigorosamente, un momento di tensione, affidato al lugubre incontro con il mondo degli Inferi, collocato in una valle al cui centro è un laghetto d’acque sulfuree. La cupezza del luogo è in armonia con la sua funzione: il “fianco” che racchiude la valle è “nero” (atrum nel testo latino); il torrente irrompe e causa un suono fragoroso nella valle, dominata da una caverna orrenda. La vasta voragine al centro minaccia quasi di inghiottire ogni cosa, con le sue fauci apportatrici di morte. Come ha notato Romualdo Marandino, il motivo dominante del brano è “l’horrendum che circonda l’ingresso dell’Ade”. La tensione dell’incontro con gli Inferi ha termine con un verso quasi “liberatorio”: “Ed ivi scomparsa l’Erinni, nume dell’incubo, libera il cielo e la terra”31. Colpisce, come ha osservato Marcello Gigante, la precisione della descrizione, che ancora corrisponde allo spettacolo offerto dalla Mefite al nostro viaggiatore. E questa rappresentazione ha fatto, ovviamente, scuola, perché tra tutte le descrizioni antiche, questa ha prevalso sulle altre così da condizionare i poeti e i viaggiatori successivi, tra i quali i già citati Swinburne e Lear. Quest’ultimo scrive, durante il suo passaggio avvenuto nel settembre 1847: “Il bacino in cui giace questa strana e brutta palude vaporosa è orlato, su un lato, da un bosco di querce, alle cui spalle fa da ottimo sfondo la montagna di Chiusano”32.

E ancora adesso, la Valle d’Ansanto è cinta, su di un fianco, da una boscaglia (attualmente molto rada); al centro è presente il laghetto di esalazioni sulfuree; inoltre, un osservatore attento può scorgere le cavità, dalle quali – se si chiudono un attimo gli occhi e ci si lascia prendere dalla fantasia – è possibile intravedere una Furia inquieta, la funesta Alletto, che attende un nuovo poeta che sappia ridestarla.

Anzi in parte l’ha trovato in Antonio La Penna, che, nella poesia Mephitis, ha risemantizzato la figura della Mefite identificandola con la cattiva politica, che ha causato lo spopolamento di questa terra.

Il lettore/viaggiatore non deve tra l’altro dimenticare che qui vicino è Rocca San Felice, luogo ideale per un turista alla ricerca di pace e di eleganza, come ricorda Franco Arminio: “Il borgo è curato come un paesino francese. I numeri civici sono in ceramica, gli infissi in alluminio sono rari. Molte fioriere ai balconi. Un luogo ideale per accogliere turisti, specialmente se si guarda in alto alla splendida rocca dove Federico II rinchiuse suo figlio Enrico …”33.

 Verso il Centro: la Terra di Francesco, Guglielmo e Gerardo

Ma vi è anche un altro centro – anzi più centri ­dell’Irpinia alta, il Santuario di San Francesco a Folloni di Montella – dove si respira un ascetismo e una spiritualità pienamente francescani e non avulsi dalla vita -, oppure l’Abbazia del Goleto, fondata da san Guglielmo, nel territorio di Sant’Angelo dei Lombardi, incantevole nella sua bellezza desolata e maestosa: “Una fabbrica per­fetta” – scrive Emilia Bersabea Cirillo – “il Gole-to, magica al centro di un mondo magico. Per­ché il Goleto è lo spirito che si fa pietra, è una preghiera che si rincorre, è la semplicità delle forme, è quello di cui si ha sempre bisogno, è la fragilità degli eventi, è la madre che accoglie”34. Da non dimenticare è anche un altro Santuario, quello di Montevergine, che domina Avellino, evocato tra gli altri da Vincenzo Padula, Renato Fucini, Giuseppe Marotta e Alfonso Gatto.

Accanto a questa religiosità ascetica, v’è una religiosità più popolare, quella presente a San Gerardo a Materdomini (Caposele), così descrit­ta dalla Cirillo: “Fuori al santuario la fabbrica della devozione prosegue in una sequela di baracche, carrette, cesti intrecciati e giocattoli di plastica. Immagini fluorescenti made in Taiwan, placche autoadesive proteggi guidatore, tavolette votive di legno e smalto, il santo è stato riprodotto e annientato in molteplici forme. La sua silhouette, sofferta e pensosa, viene portata come souvenir alle devote rimaste a casa”35. Insomma, anche questo fa parte della varietà e della ricchezza di una terra bellissima, che, come tanti viaggiatori del passato e del presen­te, ancora il lettore/viaggiatore cui ci rivolgiamo, potrà scoprire, se solo sappia dimenticare il pre­sente e volgere lo sguardo ad un passato auten­tico e nobile, e che lo indurrà ad esclamare con Mario Soldati:

“Irpinia, si chiama questa regione, e non la conoscevo. Com’è varia e bella l’Italia!”

 NOTE 

1 La terra di mezzo, luoghi e storie d’Irpinia, Elio Selli­no editore, Pratola Serra, Avellino, 2000.

2 Messaggio agli amici di Bisaccia, da Poeti del Sud, a cura di Paolo Saggese, Elio Sellino editore, Avellino, 2003, p. 157.

3Francesco De Sanctis, Un viaggio elettorale, a cura di Attilio Marinari, Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 16.

4 Un viaggio elettorale, cit., p. 46.

5 Viaggio nel cratere, con una lettera di Gianni Celati, Sironi editore, Milano, 2003, p. 114.

6 “Il Mattino” del 27 marzo 2005, pp. 1 e 18.

7 Un viaggio elettorale, cit., p. 70.

8 La storia di Michele, da Dagli Appennini alle monta­gne rocciose (e ritorno). Testimonianze e rimembranze per Dante Della Terza, a cura di Vittorio Russo, Biblio­polis, Napoli, 1996, p. 193.

9 Il racconto di Soldati, dal titolo Fuga in Italia, è stato edito varie volte a partire dal 1947, di recente una parte anche in L’Irpinia nella seconda guerra mondiale. Dalla crisi del regime fascista alla liberazione, a cura di Francesco Barra; Testimonianze letterarie e cronache, a cura di Paolo Saggese, Prefazione di Antonio Maccani­co, Centro Guido Dorso, Studi Meridionali 10, Avellino, 2004, pp. 339-348.

10 Ugo Piscopo, Irpinia sette universi cento campanili. Percorsi e spaccati, ESI, Napoli, 1998.

11 Piscopo, Irpinia sette universi, cit., p. 49.

12 Si veda G. Berkeley, Viaggio in Italia, tr. it. a cura di Th. E. Jessop e M. Fimiani, Bibliopolis, Napoli, 1979, e l’analisi di Minichiello, op. cit., pp. 31-33.

13 Henry Swinburne: un viaggiatore inglese nell’Irpinia del ’700, a cura di Pia Cannavale, introduzione di Fran­cesco Barra, Liberamente liber, Avellino, 1997, p. 25.

14 Cfr. Simonetta Ieppariello, Un compositore sulle tracce del madrigalista, e Gennaro Iannarone, Quelle geniali dissonanze di Stravinskij e Gesualdo, “Ottopa­gine” del 1° luglio 2007, p. 8.

15 L’opera di Giustino Fortunato si intitola L’Appennino della Campania, a cura della sezione napoletana del Club Alpino italiano, Napoli, 1884. La citazione è trat­ta da Giustino Fortunato nella Piana di Verteglia, a cura di Carlo Ciociola, “Il Monte”, Anno IV – n. 1, genn. ­mar. 2007, p. 92.

16 Ibidem (Il corsivo è mio).

17 Op. cit., p. 94.

18 Qui, Hugot descrive il Santuario del Santissimo Sal­vatore, non quello di San Francesco a Folloni, che sorge sempre nella valle di Montella.

19 Da Gianni Marino, Addio Nusco di Pierre Hugot, il Calamaio, Atripalda (Av), 1992, p. 21.

20 Cfr. L’Irpinia nella seconda guerra mondiale. Dalla crisi del regime fascista alla liberazione, a cura di Fran­cesco Barra; Testimonianze letterarie e cronache, a cura di Paolo Saggese, cit.

21 Tratto da I Borghi più belli d’Italia. Il fascino dell’I­talia nascosta, Guida 2005, Società editrice romana, Roma, 2005, p. 359.

22 Paesi dell’anima, Prefazione di Carlo Franco, illu­strazioni di Andrea Celano, Rossi Editore, Napoli, 1995, p. 133.

23 Cfr. Operai. Viaggio all’interno della Fiat. La vita, le case, le fabbriche di una classe che non c’è più, Feltri­nelli, 1988.

24 Le citazioni sono tratte da G. Ungaretti, Vita d’un uomo II. Prose di viaggio e saggi I, Milano, Mondadori, 1969, pp. 357-362.

25 Si veda Alfonso Nannariello, Calitri. Una poesia di Ungaretti da ritrovare, Delta3 edizioni, Grottaminarda (Av), 2006, da cui è tratto il testo della poesia.

26 Le citazioni dell’opera di Giustino Fortunato sono tratte da Ofanto, a cura di Antonio Ruggiero, Bari, 2004, p. 19.

27 Op. cit., p. 58.

28Notturno Irpino, da Testimonianze Irpine, Tip. Irpina, Lioni (Av), 1976, p. 6.

29 La poesia, già edita nella raccolta Esodo, è tratta da Poeti del Sud 2, a cura di Paolo Saggese, Elio Sellino editore, Avellino, 2006, p. 176. Per la poesia irpina e per la rappresentazione dell’Irpinia si veda, oltre a que­sta antologia, anche Poeti del Sud, cit.; Poeti del Sud 3, a cura di Paolo Saggese, Elio Sellino editore, Avellino, 2007; Operai di Sogni. Poeti irpini del Novecento, a cura di Paolo Saggese, Elio Sellino editore, Avellino, 2007.

30 Per la produzione poetica legata al sisma del 23 novembre 1980 cfr. le antologie La poesia del terremo­to, presentazione di Franco Compasso, a cura di Luigi Pumpo, Edizioni “Presenza”, Marigliano, Na, 1983, e Quando il terremoto è nell’anima. I poeti del 23 novembre, a cura di Paolo Saggese, Elio Sellino edito­re, Avellino, 2006. Per la produzione saggistica e lette­raria cfr., tra gli altri, di Autori vari Quella sera c’era una luna luminosa, a cura di Angelo Giusto, Edizioni Scriba, 1993, e 19.35. Scritti dalle macerie, a cura di Paolo Speranza, prefazione di Antonio Zollo, Edizioni Laceno, Atripalda (Av), 2005.

31 Per la bibliografia e le citazioni relative alla Mefite rinvio a Paolo Saggese, Virgilio e la Valle d’Ansanto. Un suggestivo incontro con gli Inferi, “L’Irpinia Illustrata”, 0, 2000, pp. 3-5.

32 Viaggio in Basilicata (1847), Edizioni Osanna Veno­sa, Venosa (Pz), 1990, p. 22.

33 Viaggio nel cratere, cit., p. 127.

34 Il pane e l’argilla, Filema, Napoli, 1999, pp. 97-98.

35 Op. cit., pp. 109-110.

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