IL CARNEVALE E LA TARANTELLA MONTEMARANESE

Tra le più famose feste del passato, il Carnevale pare derivi dalle celebrazioni dei Saturnali: una festa popolare romana dedicata al dio Saturno, di carattere orgiastico in cui il popolo si sfrena­va alla follia, che si svolgeva nel mese di marzo sino a sette giorni consecutivi.

Con l’avvento del Cristianesimo, si cercò di porre fine agli scandali e a quella lussuriosa follia, fino a quando il Papa Gelasio (492-496) ottenne dal senato l’abolizione delle feste pagane, tra cui quella dei Saturnali, sostituendola con la festa della Candelora.

La sopravvivenza dei Saturnali nel Carnevale fu determinata dal suo sovrapporsi a quanto rima­neva degli antichi riti legati alla coltivazione dei campi e all’andamento dei cicli stagionali, riti che possedevano un indubbio carattere propizia­torio e che avevano lo scopo di rievocare la rige­nerazione della terra affinché desse migliori frut­ti nel nuovo ciclo produttivo.

Questi riti agricoli avevano origini antichissime ed erano legati a culti preistorici e matriarcali nei quali si invocavano numerose divinità dal carattere bisessuale ed ermafrodita, simbolo di fecondazione e di vita.

Questi caratteri sono riscontrabili nel Carnevale proprio nello scambio di personalità, nel travestimento che vuole evocare da una parte l’antica unità originaria dei sessi da cui nasce la fertilità e dall’altro lo sberleffo e la carica satirica dei romani saturnali. Il carattere propiziatorio, la carica satirica, il per­petuarsi dell’esistenza, l’invocazione dell’abbon­danza sono i temi principali del Carnevale, che è, appunto, una “opposizione” alla quotidianità della vita, rappresentata dal periodo sacrificale della Quaresima che seguirà.

Il Carnevale di Montemarano è forse tra i pochi esempi in Italia in cui sono ancora rintracciabili (nelle maschere, nella danza, nei suoi strumen­ti) i caratteri originari di questa festa e deve la sua sopravvivenza al legame stretto con la taran­tella. Questo antico ballo processionale, così come il Carnevale, deriva da pratiche rituali lega­te a culti agrari di carattere propiziatorio e libe­ratorio, anch’essi sottoposti ad una rigida azione moralizzatrice da parte della Chiesa.

Così, il ballo processionale o la danza escluse dalle pratiche religiose ufficiali trovarono rifugio nelle manifestazioni non ufficiali, popolari, più difficili da sradicare e ancora oggi si possono riscontrare nella tarantella segni evidenti del carattere magico-rituale e della funzione misti­co-propiziatoria che aveva alle origini. Lo scopo di propiziare la Divinità, attraverso l’energia sprigionata dal movimento del corpo, si percepi­sce nell’andamento dei danzatori che, disposti in due fila, si allontanano e si avvicinano in modo da circoscrivere lo spazio al cui interno si svolge la vita di comunità e su cui dovrà scen­dere il favore divino e allontanarlo dall’influen­za del male.

La tarantella ha subìto indubbie modifiche sia nel suo andamento sia nel suo organico strumen­tale; difatti recentemente è concepita anche come azione di coppia e i suoi ritmi sono dive­nuti più veloci e vicini al sentire moderno attra­verso l’uso della fisarmonica e dell’organetto che hanno permesso melodie più agili soppiantando di fatto gli strumenti più antichi, che pur soprav­vivono nell’uso di molte persone più anziane. La sua struttura formale prevede la disposizione dei ballerini in due fila parallele divise per sesso che si allontanano e si avvicinano al proprio compagno camminando e danzando alternativa­mente e suonando al contempo le nacchere. Gli stessi danzatori descrivono la danza come un “giocare di suonatori”, un gioco che consiste nell’inventare, nell’improvvisare continue varian­ti a partire da un numero limitato di elementi. Gli esecutori attingono di volta in volta a una riserva di elementi ritmici e melodici permutan­doli continuamente nell’improvvisazione otte­nendo, così, ritmi sempre diversi e suggestivi.