UNA PICCOLA CINECITTÀ SUI MONTI

Una piccola Cinecittà sul mare: così apparve la Costiera Amalfitana negli anni Cinquanta al cri­tico cinematografico Camillo Marino nell’omoni­mo saggio pubblicato su “Cinemasud”, la rivista nazionale da lui fondata – con Giacomo d’Ono­frio e il sostegno intellettuale di Pier Paolo Paso­lini - e diretta fino alla sua scomparsa, nel ’99. Erano i tempi in cui tra Atrani e Ravello, Posita­no ed Amalfi davano il ciak registi come John Huston e Rossellini (con un giovane aiuto di nome Federico Fellini) e sul set si potevano ammirare divi del calibro di Humphrey Bogart, Anna Magnani, o la star “povera ma bella” Mari­sa Allasio.

Lo stesso Marino, di lì a poco, avrebbe realizza­to una coraggiosa utopia: portare il cinema sui monti dell’Irpinia, dall’altopiano del Laceno (dove nel ’59, con il contributo decisivo di Paso­lini e grazie alla lungimiranza del sindaco Tom­maso Aulisa, partì l’esperienza trentennale del premio “Laceno d’Oro”) al paesino di Cairano, trasformato nell’estate del ’63 in un set natura­le per la troupe del film neorealista La donnaccia, diretto da Silvio Siano, da un soggetto a quattro mani dello stesso Marino e di Pasquale Stiso, il poeta-sindaco di Andretta.

Il cinema come fattore di crescita civile, con­fronto culturale e sviluppo turistico, in un’area dell’Italia semisconosciuta ma incontaminata, fu l’intuizione lungimirante di Pasolini – e poi di Domenico Rea, Cesare Zavattini e Carlo Liz­zani, autorevoli presidenti del Festival interna­zionale del cinema neorealistico - e del collet­tivo di “Cinemasud”. E su quell’idea-guida si può innestare oggi il nuovo percorso del cinema in Irpinia.

“Cinema, dunque tanti soldi!”, esclamò il vigile urbano di Cairano all’arrivo della troupe del regi­sta Silvio Siano nel ’63, per le riprese del film La donnaccia. E ancora oggi, in un’ottica di pro­grammazione a medio e lungo termine, il cinema può garantire all’Irpinia occasioni di lavoro, scambi culturali e un ritorno di immagine, asso­lutamente indispensabile dopo gli anni dell’Irpi­niagate.