VERSO IL CENTRO D’ITALIA: LA MEFITE

 

L’Irpinia non è, dunque, solo luogo d’idillio. L’Irpinia ha un lato di mater, che abbiamo descritto, e uno di “matrigna”. Questo aspetto funesto, quasi lugubre, dell’Irpinia era stato già descritto da Virgilio nel settimo libro dell’Eneide, in un senso differente, quando identificava nella Valle d’Ansanto (nel territorio di Rocca San Felice) la porta degli Inferi, da dove passò la Furia Alletto dopo aver scatenato la guerra tra Rutuli e Troiani:

Est locus Italiae, medio sub montibus altis,

nobilis et fama multis memoratus in oris,

Ampsancti valles ...

 

Un luogo c’è sotto i monti al centro d’Italia famoso: la valle d’Amsanto: il fianco boscoso d’un colle con alberi densi la chiude; nel mezzo di gonfio torrente fra’ sassi tortuoso passa lo strepito. Ivi un’orrenda caverna e la cruda porta di Dite si mostrano: vasta voragine dove Acheronte prorompe apre sue fauci pestifere; ed ivi scomparsa l’Erinni, nume dell’incubo, libera il cielo e la terra.

(VII 563-570, nella versione di Enzio Cetrangolo)

Questi versi esprimono, vigorosamente, un momento di tensione, affidato al lugubre incontro con il mondo degli Inferi, collocato in una valle al cui centro è un laghetto d’acque sulfuree. La cupezza del luogo è in armonia con la sua funzione: il “fianco” che racchiude la valle è “nero” (atrum nel testo latino); il torrente irrompe e causa un suono fragoroso nella valle, dominata da una caverna orrenda. La vasta voragine al centro minaccia quasi di inghiottire ogni cosa, con le sue fauci apportatrici di morte. Come ha notato Romualdo Marandino, il motivo dominante del brano è “l’horrendum che circonda l’ingresso dell’Ade”. La tensione dell’incontro con gli Inferi ha termine con un verso quasi “liberatorio”: “Ed ivi scomparsa l’Erinni, nume dell’incubo, libera il cielo e la terra”31. Colpisce, come ha osservato Marcello Gigante, la precisione della descrizione, che ancora corrisponde allo spettacolo offerto dalla Mefite al nostro viaggiatore. E questa rappresentazione ha fatto, ovviamente, scuola, perché tra tutte le descrizioni antiche, questa ha prevalso sulle altre così da condizionare i poeti e i viaggiatori successivi, tra i quali i già citati Swinburne e Lear. Quest’ultimo scrive, durante il suo passaggio avvenuto nel settembre 1847: “Il bacino in cui giace questa strana e brutta palude vaporosa è orlato, su un lato, da un bosco di querce, alle cui spalle fa da ottimo sfondo la montagna di Chiusano”32.

E ancora adesso, la Valle d’Ansanto è cinta, su di un fianco, da una boscaglia (attualmente molto rada); al centro è presente il laghetto di esalazioni sulfuree; inoltre, un osservatore attento può scorgere le cavità, dalle quali - se si chiudono un attimo gli occhi e ci si lascia prendere dalla fantasia – è possibile intravedere una Furia inquieta, la funesta Alletto, che attende un nuovo poeta che sappia ridestarla.

Anzi in parte l’ha trovato in Antonio La Penna, che, nella poesia Mephitis, ha risemantizzato la figura della Mefite identificandola con la cattiva politica, che ha causato lo spopolamento di questa terra.

Il lettore/viaggiatore non deve tra l’altro dimenticare che qui vicino è Rocca San Felice, luogo ideale per un turista alla ricerca di pace e di eleganza, come ricorda Franco Arminio: “Il borgo è curato come un paesino francese. I numeri civici sono in ceramica, gli infissi in alluminio sono rari. Molte fioriere ai balconi. Un luogo ideale per accogliere turisti, specialmente se si guarda in alto alla splendida rocca dove Federico II rinchiuse suo figlio Enrico …”33.