LA TERRA DELLA FUGA E DEL TERREMOTO

Tuttavia, l’Irpinia non è, anche nell’immaginario letterario, solo luogo dell’idillio. È anche terra del Sud, e dunque terra della fatica, degli sten­ti, della miseria, del sopruso, quindi dell’emigra­zione, della vera e propria “fuga”, della lotta per le terre, di tante sconfitte ideali, dei terremoti, che periodicamente hanno scosso queste valli, queste colline, queste montagne. Ero incerto se in una “guida letteraria” si doves­se far cenno, almeno un cenno, anche a questo. Ma credo che sia necessario. Sono decine i poeti, soprattutto di ispirazione meridionalista, che hanno raccontato questa sto­ria, sulla scia di Rocco Scotellaro, di Salvatore Quasimodo, di Alfonso Gatto: questi poeti irpini rispondono ai nomi di Antonio La Penna, Pasquale Stiso, Pasquale Martiniello, Giuseppe Saggese, Giuseppe Iuliano, Giuseppe Tedeschi, Nicola Arminio, Giuseppe Pisano, Ugo Piscopo, Agostino Minichiello, Nicola Prebenna … Riporto alcuni versi, per tutti, di Pasquale Marti­niello:

 

Irpinia, terra mia

 

Questa terra ha funi di radici

senza calze, unghie di zoccoli con

ferite senza suola, tanti petti,

rotti da favole di dolore e nidi in

silenzio costruiti, lasciati

inseminati.

 

Terra mia, dagli occhi arsi e

innamorati, tu mi parli di fughe

disperate, di sogni appesi a croci

stecchite senza fiori,

di lettere in lacrima bruciate, di fiocchi di

trecce, strappati in voto …29.

 

Analogo discorso vale per la poesia e la lettera­tura del terremoto30, che offre non poche testi­monianze di eventi drammatici ed epocali quali il sisma del 23 luglio 1930 e del 23 novembre 1980. Decine di poeti, di intellettuali, giornalisti e scrittori (da Alberto Moravia a Vittorio Sermon­ti a Carlo Muscetta a Dante Della Terza ad Anto­nio La Penna a Manlio Rossi-Doria a Vega de Martini a Giovanni Russo a Camilla Cederna a Romualdo Marandino a Claudia Iandolo a Marco Ciriello a Franco Arminio) hanno rappresentato un mondo che sembrava finire, calpestato da forze immani. Tra le tante testimonianze in prosa, non può mancare almeno uno stralcio della cronaca, che Alberto Moravia scrisse per “L’Espresso” (7 dicembre 1980). Raggiungendo i luoghi del disastro in elicottero, il grande scrittore sorvola San Mango (“il paese-cimitero”), e fa tappa a Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni. Solo poche righe di questa cronaca dal titolo Ho visto morire il Sud:

“Eccoci a Lioni, dove atterriamo nel campo spor­tivo. Prima di tutto c’è una grande casa di sei piani, con tanti balconi, apparentemente intatta e abitabile. Ma delle finestre si affacciano non già figure di donne incuriosite ma mucchi inerti di calcinacci. E, come su una faccia devastata da una malattia immonda, crepe nere e tortuose serpeggiano per l’intonaco bianco. Poi, ad una svolta, scorgiamo in una specie di anfiteatro di macerie, una folla immobile e silenziosa che guarda tutta quanta verso un solo punto…”.