PASSAGGIO DA SUD SULLE TRACCE DI UNGARETTI:

LA TERRA DELL’ACQUA E DELLE RUPI SCOSCESE

 

Il lettore/viaggiatore può a questo punto conti­nuare la strada lungo la nuova Ofantina, ed arri­vare sino a Lioni, Conza, Sant’Andrea, Calitri, Cairano, Monteverde oppure compiere una virata verso Occidente, in direzione Reggio Calabria, e raggiungere Caposele, Senerchia, Quaglietta: sono tutti luoghi ricchi di storia e di bellezza. Il percorso può, ovviamente, essere compiuto in senso inverso da coloro che provengono dalla Puglia e dalla Basilicata (ripercorrendo la strada che da Foggia porta a Candela e quindi l’Ofanti­na sino a Monteverde), o dal Sud, da Salerno e dalla Calabria (partendo dall’uscita di Contursi della Salerno-Reggio Calabria). Il viaggiatore che viene dalla Puglia, si imbatte in un paese dai colori bellissimi, l’ultimo della provincia e della regione, Monteverde, paese dal castello incantevole ora in ristrutturazione (quasi completata), dai boschi incontaminati come “La foresta”, a pochi passi dal maniero. Da questo paesaggio sono stati affascinati molti scrittori e viaggiatori, che possono quasi toccar con mano il Vulture e Melfi. Tra questi Gad Lerner, che, nell’illustrare la vita degli operai della Fiat di Torino23, racconta del destino di emigrazione di molti monteverdesi dal Sud estremo al Piemon­te. Questo libro è godibile anche per l’eleganza delle descrizioni paesaggistiche, dei ritratti e dei bozzetti umani, per la capacità di arrivare diritto al cuore dei problemi e dunque al cuore degli uomini. Non è Gad Lerner un “visitatore incom­prensivo”, come era stato più di quaranta anni prima Mario Soldati. In comune con quest’ulti­mo, comunque, ha la capacità di rappresentare in modo vivo i colori e il fascino della campagna irpina, quando scrive: “I campi neri di cenere delle stoppie già bruciate, il caldo feroce di Val­lata, Lacedonia, Candela. Ora siamo proprio nel mezzo, tra le province di Foggia, Avellino, Poten­za. Fluendo a zigzag verso la Puglia, il fiume Ofanto reso brillante dal riverbero del sole sulle acque, lascia sulla destra Melfi, il monte Vultu­re e i colli lucani”. E accanto si trova Aquilonia, con le rovine di Carbonara, con il Museo etnogra­fico, opera somma di Mimì Tartaglia. Descrizione analoga, anche per eleganza, è pre­sente in alcune poesie di Carmelo Capobianco, oppure nel reportage di un inviato di “la Repub­blica”, Paolo Rumiz, che in una serie di resocon­ti (si veda ad esempio quello del 19 agosto 2006, p. 29), ha evocato il fascino degli Appen­nini italiani. Ma uno dei più illustri viaggiatori d’Irpinia è certo Giuseppe Ungaretti, che, nel 1934, seguendo il percorso dell’Acquedotto pugliese, ha compiuto un itinerario da Est ad Ovest, dal Gargano, dal Tavoliere verso il Sud interno, alla riscoperta di una terra dell’acqua, che dà origine all’Ofanto (il mitico fiume oraziano), al Calore e al Sele. Infatti, negli scritti di viaggio Il deserto e dopo, il grande poeta racconta del viaggio in particola­re da Venosa a Caposele (dove arriva il 9 settem­bre del 1934) alla scoperta dell’acqua e del suo fascino, passando per Venosa, con il Vulture maestoso che domina (“… incontriamo il Vultu­re nero con i suoi quattro o cinque dentacci. Acqua, fuoco: eruzioni e alluvioni hanno dato l’impronta ai pietroni d’intorno …”), con Calitri e la valle dell’Ofanto: “Poi s’apre la vallata dell’Ofanto e per un’altra strada a girandola arriviamo in cima a Calitri, paesino bianco a 600 metri colle case che si tengono strette sulla frana”24. Oltrepassa la sella di Conza, scorge Castelnuovo, Laviano, e Cala­britto, che gli è indicato come “il paese più ricco d’Italia”. Ed ecco l’arrivo a Caposele, che appare ad Unga­retti luogo selvaggio e affascinante, secondo un leitmotiv ormai divenuto consueto per l’Irpinia:

 

“Entrando in paese ci viene incontro una gola di una cinquantina di metri per dieci, spaccata nella roccia e sparsa di macigni ruzzolanti e piombanti dalla montagna; qui si vedono le sor­genti del Sele lasciate in libertà e che alimenta­no ciò che rimane del fiume che va dalla parte di Pesto: un boccalone vomitante in cima, e sotto un’infinità di fontanini che intrecciano le loro vene fra gli olmi, l’edera, le acacie, il sam­buco, un fico che ha l’età di Matusalemme: in fondo fra i pietroni l’acqua scivola sveltissima, in una specie di foro tenebroso, e si perde in quel-l’occhio”.

 

“... proprio ai piedi della buia parete verde del monte Rotoli è captata l’acqua per l’Acquedotto. Ora sono polle non meno vive di prima, ma sepolte. Al loro posto dove formavano lago a ferro di cavallo, appare un prato, e da un lato nello sfondo sorge su un salto un povero campanile distaccato dalla sua chiesa trasportata altrove. Nel mezzo del prato si notano quattro botole ermeticamente chiuse: sono gli accessi al cana­le che, afferrate le polle, le svia per una brusca storta, ed eccole dentro una stanza di manovra”.

La notte, Ungaretti soggiornerà a Calitri, e que­sta cittadina ispirò una poesia bella e tormenta­ta, studiata accuratamente da Alfonso Nanna­riello, più volte rimaneggiata tra il 1934 e il 1949. Nell’ultima versione porta appunto il tito­lo Calitri:

Deposto dal torrente c’è un macigno

Ancora morso dalla furia Della sua

nascita di fuoco.

 

Non pecca in bilico sul baratro Se

non con l’emigrare della luce

Muovendo ombre alle case Sopra

a frana ferme.

 

Attinto il vivere segreto Col sonno

della valle non si sperde; Da cicatrici

ottenebrate Isola lo spavento,

ingigantisce.

 

Qui, il poeta, rivivendo in una chiave completa­mente personale, intima e “psicopatologica” il paesaggio, sembra descrivere, come nota Nan­nariello, il luogo di una catastrofe. La collina di Calitri appare come un “macigno / Ancora morso dalla furia / Della sua nascita di fuoco”, ossia come una collina frutto dei som­movimenti tellurici, del “fuoco” del nucleo terre­stre, sulla cui sommità vi sono le case del paese, “in bilico sul baratro” e “sopra la frana ferme”. Dunque, anche le case sono lì lì per raggiungere l’abisso: il pàthos delle case - osserva Nannariel­lo - è nel loro essere ferme su una terra non ferma. Questa terra si sa non ferma non tanto a causa della “frana” o del “baratro”, immediata­mente e attualmente presenti, bensì del terre­moto possibile25. Del resto, soltanto quattro anni prima, l’Irpinia era stata funestata dall’ennesimo terremoto. Calitri, comunque, è luogo letterario anche per le testimonianze di tanti, da Francesco De Sanctis ad Alfonso Nannariello, per arrivare alle compo­sizioni di Vinicio Capossela, che, in particolare nei Cd “Il ballo di S. Vito” (1996), in “Canzoni a manovella” (2000) e in “Ovunque proteggi” (2006), ricorda temi e pensieri della terra tra Andretta e Calitri, che ha dato origine alla sua famiglia.

Siamo, dunque, nella Valle dell’Ofanto. Sia con l’auto che con il treno, si segue per un buon trat­to il corso del fiume, ancora un luogo letterario d’eccezione, perché il fiume del venosino Orazio è descritto anche da Virgilio, Lucano, Silio Itali­co, e nel mondo greco, tra gli altri, da Polibio e Strabone, e poi ancora da Tito Livio e Plinio il Vecchio. Ma l’Ofanto resterà per sempre legato, in modo indissolubile, al nome di Orazio, che lo ricorda “violens”, “acer”, “sonans”, simbolo di una terra arcaica, rigogliosa e incontaminata, specchio dei suoi vigorosi e austeri abitanti. E così, nel congedo del III libro delle Odi, dopo aver esclamato il famosissimo “Exegi monumen­tum aere perennius”, Orazio penserà alla sua terra lontana, alla fama del suo nome che arri­verà sino al Vulture, all’onore che gli sarà tribu­tato: “E dove suona l’Aufido imperioso, / e fu re Dauno, povero d’acqua, / tra i popoli dei campi, / anch’io sarò un signore, / anche di me si par­lerà: ‘Fu il primo / che portò qui tra i popoli d’I­talia / la poesia dell’Etolia!’ …” (traduzione di Enzo Mandruzzato). Sulla scia di Orazio, hanno celebrato il fiume violento e affascinante, tra gli Irpini, Camillo Miele (Andretta, 1819 - Montella, 1892) e Gio­vanni Malleone (Trevico, 1778 - 1851). Molti, del resto, hanno amato questo fiume. Famosa è, ad esempio, la descrizione, dal gusto­so “sapore” anche letterario, che Giustino Fortu­nato fornisce in un suo libretto su L’alta Valle dell’Ofanto. Qui, il grande meridionalista propo­neva un’immagine puntuale del fiume, propria di chi descriveva i luoghi per averli visitati realmen­te e con attenzione:

“Scaturisce l’Ofanto, umile ruscello, su nei campi di Torella dei Lombardi; di là da Lioni si serra in una gola, donde cade, per un’altezza di ventidue metri, nel piano di Conza della Campa­nia: poi di nuovo si chiude fra le strette di Caira­no, ma tosto si riallarga nella insenatura sotto­stante a Calitri, in cui sbocca la fiumana da Atel­la, il meno povero di tutti i suoi affluenti …”.

E già Fortunato, comunque, nel confrontare la descrizione di Strabone con la realtà del suo tempo, contrapponeva la grandezza del fiume antico alla scarsità d’acque come gli appariva nel lontano 1896, e che conferma nuovamente il carattere selvaggio del luogo: “Ora gli acquitrini sono alla foce, non meno che nelle conche più deserte dell’alta vallata: e da per tutto, per assai lunghi tratti del fiume, nei torridi mesi della estate, il velo delle acque rimane stagnante, come in una immensa, selvaggia palude stigia, sacra alla malaria”26.