Passaggio da nord: l'Arcadia perduta
Il nostro lettore/viaggiatore, che proviene da Roma o Napoli, percorrendo la A 16 Napoli-Canosa, invece che superare Avellino ed uscire a Grottaminarda, o a Vallata, o ancora a Lacedo­nia, potrebbe anticipare l’ingresso in Irpinia. Potrebbe uscire al casello di Avellino Est, e pro­seguire in direzione Montella - Lioni, lungo la nuova Ofantina. Oppure, potrebbe raggiungere la stazione ferroviaria di Avellino - città evocata tra gli altri da Guido Piovene e Carlo Muscetta - e prendere il treno Avellino - Rocchetta Sant’Anto­nio, il paese della talentuosa scrittrice Mariate­resa Di Lascia.

Ma dovrà prima informarsi accu­ratamente sugli orari del treno. Dopo le gallerie che non solo idealmente separa­no la bassa dall’alta Irpinia, il viaggiatore resta incantato dai contrafforti e dalle vette selvose di Volturara, Montemarano, Serino, Montella, Bagnoli Irpino. I Monti Picentini sono ancora luogo incantevole e incontaminato, sede non a caso di un Parco Regionale, luogo che affascinò un grande meridionalista, in una delle sue escur­sioni in Irpinia, l’alba del 30 luglio del 1883. Raggiunta la vetta del Terminio, ecco le sensa­zioni di Giustino Fortunato:

“La veduta era estesissima a noi intorno, e dapertutto veramente - dai poggi irpini ai con­trafforti lucani, dall’acuminato Vesuvio all’ampio Vulture sorridente, su monti e valli di mille colo­ri, fra cielo e mare d’una sola tinta cilestrina, ­dapertutto regnava dolcissima una quiete serena e splendeva ineffabile una luce tersa e dorata, una luce benigna, che dava all’animo non so che impressione profonda di calma e di riposo. Era una di quelle immense vedute così frequenti su l’alto Appennino, che distraggono più che non sogliono richiamare o fissar occhio: solo la Celi­ca, aerea, l’arditissima Celica fatta a mo’ di forca, attirava distinta lo sguardo a cinque miglia in linea retta e, come tutte le altezze solitarie flagellate dai venti, s’imponeva maestosa e solenne …”15.

Qui, come Giustino Fortunato, il viaggiatore potrà godere di una montagna pura, incontami­nata, godere di acque limpide e straordinarie, “godere più piena e più pura la coscienza della vita”. E così scendiamo verso Montella, con le parole ancora di Giustino Fortunato:

“Provavo ormai quel benessere indefinibile, che i grandi spettacoli della natura sogliono infonde­re nel cuore dell’uomo. […] subito riprendo il cammino a mezzo del Piano di Verteglia, che veramente è la più deliziosa valletta che si possa immaginare, io pensava all’età mitologica dell’o­ro, al beato regno di Giano e Saturno, ai buoni terrigeni pastori del nostro Appennino: pensavo alla gentile egloga vergiliana, all’idillio amoroso di Dafni e Cloe, alle primavere sacre degli anti­chi popoli italioti …”16.

Queste selve, questa natura pura e perfetta, ricordano all’intellettuale Virgilio e i canti bucolici. Non a caso, si ritiene che l’Irpinia, questi monti in particolare, abbiano ispirato il più famoso libro del Quattrocento e uno dei più imi­tati della letteratura europea sino alla Rivoluzio­ne francese, l’Arcadia di Iacopo Sannazaro, che sul finire del secolo XV fu ospite dei Cavaniglia di Montella. E così, nelle parole di Elpino della IV egloga, che cerca pace in una valle, si potrebbero riconosce­re quelle di Giustino Fortunato:

 

Monti, selve, fontane, piagge e sassi

vo cercand’io, se pur potesse un giorno

in parte rallentar l’acerbo pianto;

ma ben veggi’or che solo in una valle

trovo riposo a le mie stanche rime,

che murmurando van per mille campi.

[…]

 

Ben mille notti ho già passate in pianto,

tal che quasi paludi ho fatto i campi;

al fin m’assisi in una verde valle

et una voce udii per mezzo i sassi

dirmi: - Elpino, or s’appressa un lieto giorno

che ti farà cantar più dolci rime.

 

Ma lasciamoci ancora guidare da Giustino Fortu­nato verso Montella sino a Bagnoli, dove avviene l’incontro con il “signor Michele Lenzi, il simpa­tico Lenzi, valoroso garibaldino quanto egregio pittore, che sapemmo tramutato da un sol mese in sindaco del comune”, incontro tra vecchi amici, cordiale, ricco di affetto, che diede sollie­vo all’instancabile viaggiatore da ogni fatica. Con il sindaco e pittore, dunque, Fortunato orga­nizza l’ascensione al Laceno, l’altipiano ammira­to poi anche da Alfonso Gatto, nell’estate del 1956, “magnifica prateria bislunga, dominata in fondo dal gran dosso boscoso del Cervalto, chiu­sa d’ogni parte da chine vestite di faggi secolari, e traversata dal rivolo perenne della Tremola, che si raccoglie nell’angolo di libeccio e forma un lago ai piedi della ombrosissima Raja Magra”17. Intanto, nella valle tra Bagnoli e Montella, si respira aria di pace e di sacro, con il Convento di San Francesco a Folloni, che vide il passaggio del Santo d’Assisi, e in alto il Santuario del San­tissimo Salvatore, e di fronte quello di Santa Maria della Neve, con in cima il castello. Questi luoghi hanno ispirato tanti poeti e scritto­ri. Qui, un omaggio ad una figura poliedrica d’in­tellettuale nato a Cassano Irpino, Aurelio Bene­vento, che ha scritto questa poesia:

 

Sui monti del Laceno

 

Sono tornato ai monti invernali

Dopo tanto tempo

E alla fine del tempo

Ma ormai è tardi

Vi sono soltanto macchie di neve

In mezzo alla terra nera e motosa –

­Poche ore dopo che la neve s’è sciolta

Sull’erba strinata dal gelo

Sono già nate sul ciglio

Le prime viole dei monti

Con il puntino giallo-arancione

E la vista si perde nel silenzio infinito

Dando la vertigine

Che provò centomila anni fa

Francesco Petrarca

Sul Monte Ventoso …

 

Questa terra, del resto, è stata feconda di poeti: si pensi ai versi di Agostino Astrominica, Giusep­pe Iuliano ed Alfonso Attilio Faia, alle pagine dedicate a Luogosano da Angelo Antonio Di Gre­gorio. Ed ha ispirato un altro “viaggiatore” insolito, Pierre Hugot, un giovane tenente dell’esercito francese, che durante la seconda guerra mondia­le aveva aderito all’organizzazione “France Libre”, e che per due settimane, nella primave­ra - estate del 1944, fu inviato a Nusco insieme ai suoi soldati (componenti del “Battaillon de marche du Cameroun”) per acclimatarsi all’aria di montagna prima della battaglia di Cassino. Da questo soggiorno, nacque un capitolo del memo­riale Baroud en Italie dal titolo Les adieux de Nusco. Anche il giovane tenente non riesce a resistere al fascino di questi luoghi: “Tutto intorno c’è l’am­masso romantico delle montagne, il mantello rugoso della foresta e, più in alto, l’erba rasa delle cime, cosparsa di neve. Così è stata la mia prima visione di Nusco: un sole obliquo che modella i rilievi di ombre sfumate; una lunga scia di pulviscolo solare che attraversa da un capo all’altro la valle e che penetra, durante il percorso, nelle finestre del convento di San Francesco, posto come un dado sul cappello appuntito di un brigante degli Abruzzi18. Nella penombra polverosa ed impercettibile della val­lata risuona una campana, grave e lontana. C’è in questo paesaggio, una presenza di simboli, un richiamo così diretto all’anima che nessuno può restarne insensibile”19.

 

Eppure, pochi mesi prima, nel settembre 1943, qui aveva infuriato la guerra, come raccontano tantissimi viaggiatori e testimoni, da Soldati ad Edgardo Sogno, da Agostino Minichiello a Pasquale Saggese, da Antonio La Penna a Gian­ni Raviele20. Fa eco a Pierre Hugo il poeta Giuseppe Iuliano: “Nusco appare come uno sciame bianco, raccol­to nel grembo di terrazze, di case che si incunea­no, si sommano, in un intreccio di pietra e calce sospeso tra cortine di nebbia. La montagna rende inesauribile, nei colori e nelle atmosfere, questo paesaggio che ha attratto numerosi arti­sti. La vivacità intellettuale si spiega forse con il capriccio dei venti, che qui hanno tutti libertà di soffio …”21. Del resto, Nusco è annoverato tra i “Borghi più belli d’Italia”. Ma anche gli altri borghi, tra le montagne d’Irpinia, hanno un fascino non tra­scurabile. Alcuni di questi potrebbero essere visitati attraverso i racconti, bellissimi, di un altro figlio di questa terra, il giornalista e scritto­re Aldo De Francesco, che così, ad esempio, descrive Montemarano: “A vederlo poi quieto e disteso su un colle, con il castello in cima, disar­mato e nudo, l’aria di chi non ha più nulla da nascondere e da difendere, aperto su un orizzon­te sconfinato che spazia dal Gran Sasso alle Puglie, subito rasserena. Anzi dà un senso di immediata simpatia e di raccolta familiarità come il paese dell’anima”22.

 

E così siamo arrivati a Nusco e Torella, alle sor­genti dell’Ofanto, e con esse il lettore/viaggiato­re può intraprendere un nuovo percorso. Poteva­mo dire altro di Montemarano - il paese che ospitò l’elegante novelliere Giambattista Basile ­, raccontare di Castelvetere, Castelfranci, paesi di vini, di tarantelle, di carnevali, e ancora di Salza Irpina, Sorbo Serpico, Lapio (con il suo suggestivo ponte ferroviario), San Mango, Taura­si, Luogosano, paesi di nobili tradizioni e di per­sone ospitali. Come guida d’eccezione, per que­sti luoghi, possono ancora servire Piscopo, Armi­nio, Cirillo, De Francesco …