… INCIPIT EX ILLO MONTIS APULIA NOTOS

OSTENTARE MIHI …

“… l’Apulia comincia a mostrarmi le montagne a me note, che lo scirocco brucia: mai ne sarem­mo venuti a capo, se non ci avesse dato ricovero una taverna vicina a Trevico, piena di fumo da farci lacrimare, giacché ardevano nel camino rami verdi con tutte le foglie. Qui io me ne sto ad aspettare come uno sciocco, fino a notte fonda, una ragazza bugiarda; il sonno, alla fine, mi prende, tutto teso al richiamo di Venere …” (Satire, I 5, vv. 77 ss., nella versione di Mario Labate).

 

A proposito di Trevico, il grande Ettore Scola ha descritto, nel bel libro Il cinema e io. Conversa­zione con Antonio Bertini (Officina Edizioni, Cinecittà International, Roma, 1996), questo borgo, un luogo della sua infanzia, e il suo “incontro” miracoloso con il cinema:

“Trevico, a 1100 metri sul livello del mare, è sempre squassato dal vento, anche d’estate: il telone ondeggiava, si gonfiava, tirava le corde. La piazza era come una nave, una grande nave in tempesta. Finalmente, quando si fece buio, accadde il grande evento e io vidi il primo film della mia vita: Fra’ diavolo. […] l’emozione della cerimonia, alla quale assistevamo come in una chiesa, era superiore al divertimento. Ricordo dove ero seduto, i bambini che erano vicino a me, i genitori dietro, e … ricordo quel film, che in seguito ho rivisto più volte, ma è l’unico di Stanlio e Ollio che non mi fa ridere”.

 

Arrivati a Grottaminarda, il lettore/viaggiatore potrebbe scegliere la strada della Valle dell’Ufi­ta, spingersi magari sino alla vetta d’Irpinia, Tre-vico, oppure raggiungere la nobile e alta Ariano, la patria del poeta romantico e libertario Pietro Paolo Parzanese. Questi percorsi potrebbero essere accompagnati dalla lettura del paesologo Arminio oppure di un bel libro-guida storico-letteraria del poeta e scrit­tore Ugo Piscopo10, che racconta con brio e profondità le valli d’Irpinia, o ancora di un libro affascinante di Emilia Bersabea Cirillo -Il pane e l’argilla - di cui parleremo in seguito. In particolare, per Piscopo, gli uomini della Baronia sono Centauri, che dichiarano la loro diversità dagli altri esseri, persino dagli altri Irpi­ni. E così lo scrittore e poeta rappresenta, pen­sando a Carife, la sua storia di tremila anni, e gli altri paesi vicini, la loro disposizione geografica:

Le genti della valle dell’Ufita avevano abbando­nato le zone pedemontane, scegliendo definitiva­mente le alture, da sempre. Perché avevano subi­to capito che c’era poco da fidarsi del fiume. Tu credi che quello sia un fiume e d’improvviso ti si abbatte addosso come un mare, che si trascina appresso pezzi di montagna. Tu confidi nel suo corso per la buona stagione, e quello già in pri­mavera mette a nudo una spiaggia immensa di limo e di sassi bianchi come la calce. Qua e là, sotto le rive ombreggiate da salici, si coagulano e resistono pozzanghere filamentose, viscide, su cui insistono nugoli di moscerini e di zanzare”11.

 

Attraverso i racconti di questi autori, si potrà visitare a caso Flumeri, Castel Baronia, San Nicola, San Sossio, Vallesaccarda, Vallata, Villa­nova del Battista, Zungoli, con il suo castello, Greci, Scampitella, Savignano Irpino, Montagu­to. Dunque, il lettore/viaggiatore potrà seguire il percorso di Piscopo o di Arminio o della Cirillo, oppure quello di Soldati, in questo caso volgen­dosi verso il centro dell’Irpinia, non in bici, a meno che non si tratti di un appassionato più che dilettante, ma in una comoda auto, lascian­dosi alle spalle Mirabella e la sua Aeclanum, e continuando per Fontanarosa, per il valico di Gesualdo, costeggiando Frigento e raggiungendo Gesualdo, ammirando il suo castello, e rievocan­do le storie di amore e morte con protagonista il principe dei madrigali Carlo Gesualdo, sino a giungere al castello di Torella - terra di Sergio e Vincenzo Leone e dei de Laurentiis -, splendida­mente ricostruito, e che appare nella sua impo­nenza, a dominare la Valle d’Ansanto, insieme alle rovine della torre di Rocca San Felice e del castello di Sant’Angelo. Queste stesse strade percorsero tre viaggiatori inglesi: il vescovo-filosofo Berkeley, in un viaggio del giugno 171612, Henry Swinburne (1743­1803), nei suoi viaggi effettuati tra il 1777 e il 1780 e descritti in Travels in the Two Sicilies, ed Eduard Lear, scrittore e pittore, famoso soprat­tutto come autore di “limericks”, non sensi ric­chi di umorismo, a metà Ottocento. Del resto, l’Irpinia, come tutto il Sud d’Italia, a partire dalla fine del Settecento e nel corso del-l’Ottocento, diviene una delle mète del “Grand Tour” europeo, uno dei luoghi privilegiati dove artisti e scrittori (si pensi ad esempio a Goethe) potevano scoprire un mondo più “naturale” e incontaminato, in una parola “pittoresco”, ovve­ro selvaggio, ricco di miti, di resti del passato, di una natura affascinante, esotica, bellissima e al contempo disordinata, imprevedibile, magica e minacciosa. In particolare, l’Irpinia spesso assurge a simbolo, come il Vesuvio e l’Etna, di luogo non semplicemente selvaggio e incontami­nato, ma persino lugubre e pauroso, quando, sulla scia di Virgilio, i viaggiatori si volgevano sino alla Mefite. Ma l’arrivo alla Mefite, per il momento, lo rinviamo: rappresenterà una delle mète del nostro viaggio. Swinburne, ad esempio, nel percorrere la strada da Avellino a Montefuscolo, sino a Mirabella, così descrive le “rovine” dell’antica Aeclanum e poi di Frigento:

“Non si sa da chi ed in quale periodo la città [Aeclanum] fosse stata distrutta; attualmente le uniche rovine presenti sono alcuni terrapieni, muri di pietra, frammenti di colonne di marmo e basamenti di statue di ordine dorico e corinzio. […] Nel pomeriggio ci spostammo sei miglia a sud, verso Frigento, attraverso una vallata este­sa, dove i nostri cavalli furono immersi nell’argil­la quasi fino alle selle, sebbene non avesse pio­vuto per lungo tempo. La campagna era in gran parte arabile, ma scarsamente coltivata. Frigen­to è un luogo in rovina su di una collina, per lo più costruito miseramente, e poveramente prov­vista del necessario per vivere. I suoi abitanti, in numero di duemila, vivono della vendita di peco­re, di maiali e di grano. Nell’intera cittadina non c’era una locanda discreta in cui ci potessimo azzardare a trascorrere la notte …”13.

Insomma, l’impressione di luogo selvaggio e affascinante che ne traggono Berkeley, Swinbur­ne e Lear non è molto differente dall’ammirazio­ne che ha suggerito lo straordinario quadro offer­to dalla penna di Soldati. Ed è con questo stes­so spirito che il viaggiatore moderno dovrebbe affrontare un percorso, reale ma anche dell’ani­ma, nella terra d’Irpinia, e scoprire un mondo altrove ormai perduto e qui presente nei colori, nel vento, nei suoni, nel silenzio, nelle albe, nei tramonti, nel cielo, nei panorami, che si perdo­no a vista d’occhio. Potrebbe scoprire così l’Irpi­nia romana di Aeclanum e più a Sud di Compsa (Conza della Campania), quella preromana di Carife, Bisaccia, della Mefite…

Altra tappa potrebbe essere rappresentata da Gesualdo, la già ricordata patria di Carlo Gesual­do, luogo che fu mèta di Igor Stravinskij, uno dei più grandi musicisti del Novecento, nel 1956 e nel 1959, quando sulle tracce del “principe dei musici” che egli ammirava, si spinse da Napoli sino in Irpinia, rievocando poi questo viaggio con notazioni di colore: “… Il castello di Gesualdo era allora la residenza di qualche gallina, una giovenca e una capra che pascolava, nonché di una popolazione umana che annoverava, in quel decennio ante-pillola e anti-maltusiano, un numero enorme di bambini …”14. Anche da que­sto comprendiamo quanto siano diverse l’Italia e l’Irpinia di oggi.