PASSAGGIO DA NORD-EST:

LA TERRA DELLA NATURA ALLA DORÉ

Non siamo ancora arrivati nel centro dell’Irpi­nia. Prima di arrivarci, consiglio dei percorsi alternativi. Il lettore/viaggiatore che arriva da Nord, da Roma o da Napoli, percorrendo l’autostrada A 16 Napoli - Canosa, può decidere di superare Avel­lino, ed uscire al casello di Grottaminarda o pro­seguire sino a Vallata e Lacedonia, ma in tal modo allungherà eccessivamente il tragitto. Se esce a Grottaminarda, il paesaggio è in parte diverso rispetto a quello dell’Irpinia ad Oriente, che è già sotto l’influsso del clima pugliese (soprattutto Bisaccia, Lacedonia, Monteverde, Calitri, Cairano): è meno brullo, anzi è ricco di verde, di alberi d’alto fusto, di boschi e di vigne: siamo nella terra del fiume Calore, siamo nell’Ir­pinia del Calore e dell’Ufita. Per descrivere questo itinerario, non v’è niente di meglio di una celebre pagina di Mario Soldati, scritta in occasione della sua fuga, insieme a Dino de Laurentiis, il futuro produttore cinema­tografico di fama mondiale, da Roma verso Torel­la dei Lombardi - dove erano i parenti di de Lau­rentiis -, fuga dai tedeschi e verso i liberatori angloamericani. In questa fuga con mezzi di for­tuna, prima in treno, poi in bicicletta per le stra­de polverose e piene di buche dell’Irpinia del settembre 1943, provenendo da una Benevento distrutta dai bombardamenti verso l’Alta Irpinia, ecco lo spettacolo che appare alla vista della valle del Calore:

 

“Attraversiamo in velocità il ponte sul Calore, lasciamo la strada asfaltata, e ci ingaggiamo per la polverosa via di Taurasi. Siamo ancora incerti se dobbiamo, o no, passare da Paternòpoli. Que­ste strade secondarie sono segnate molto som­mariamente sulla nostra carta; e Paternòpoli, il nome di questo paese, il suono del nome di que­sto paese, Paternòpoli, ci affascina. ‘Fuga da Paternòpoli’ ci ripetiamo continuamente: sareb­be un bellissimo titolo per un libro. Ma tutti i nomi di questi paesi hanno uno strano incanto: Paternòpoli, Taurasi, Gesualdo, Fontanarosa, Villa Maina (sic), Frigento, Taverne di Frigento, Sant’Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi, Guardia Lombarda (sic), Nusco. Lo stesso pae­saggio si trasforma rapidamente sotto i nostri occhi; e man mano che ci allontaniamo dal ponte sul Calore e dalla strada asfaltata, abbia­mo l’impressione di avanzare in una natura favo­losa ed antica, la stessa dei quadri di Salvator Rosa e Massimo d’Azeglio, o dell’Ariosto illustra­to dal Doré. Grandi alberi, boschi disordinati, fol­tissime forre, campi gremiti di messi che non paion neppur coltivate, piccole valli e lunghi dorsi di colline che si seguono e frastagliano in mille direzioni, e improvvise radure dove scorre tra i ciottoli il filo d’acqua di un torrentello. Irpi­nia, si chiama questa regione, e non la conosce­vo. Com’è varia e bella l’Italia!”9

 

Sensazioni in parte simili a quelle provate da Orazio, quando, insieme a Mecenate, Virgilio e altri amici, da Roma si recò più di duemila anni fa sino a Brindisi, lungo la via Appia, ad un incontro che propiziasse la riconciliazione tra Ottaviano e Marco Antonio, nella primavera del 37 a. C. Orazio riconobbe allora da Trevico le sue montagne, quella della sua infanzia, il Vulture, e pensò alla sua Venosa, lambendo la verde Irpi­nia: