Passaggio da oriente: la Terra dell'infinito
L’Irpinia si può conoscere arrivando da Oriente, ovvero dalla Puglia, percorrendo la A 16 Canosa-Napoli, superando in autostrada il casello del Calaggio ed inerpicandosi per le ripide e tortuo­se salite che portano a Lacedonia o Bisaccia. Il nostro viaggiatore/lettore potrebbe varcare l’in­gresso d’Irpinia con le parole dell’illustre latini­sta Antonio La Penna, che, immaginando di rivolgersi al suo componimento (“messaggio”) personificato, gli indica la strada per Bisaccia, “fino ai monti cretosi che declinano / verso il Tavoliere assetato …”2.

Prendiamo la strada per Lacedonia, e appena si arriva ad un’altura degna, nei pressi del paese, si può comprendere come l’Irpinia sia terra di vasti orizzonti e di silenzio, come l’immaginò e la descrisse Francesco De Sanctis, e gli apparve in quel principio del 1875, quando intraprese il suo Viaggio elettorale:

“… Rimasi solo. E mi affacciai subito. Era dinanzi a me una larga distesa di cielo. Mi parea vedere lontano il Vulture, con la sua cima nevo-sa, fiammeggiante un giorno, e con le spalle sel­vose, onde si stende quel bosco infinito e quasi ancora intatto, che si chiama Monticchio. Qui è tanta poesia …”3. Il Vulture domina l’orizzonte, ancor di più se si percorre la strada interna che da Lacedonia porta a Bisaccia oppure se si arriva a Montever­de o ad Aquilonia. La vista è più agevole se si procede da Bisaccia a Lacedonia, ma la vetta è comunque visibile, da Guardia Lombardi in poi. E con essa ci accompagnano il vento, il silenzio, i falchi e le poiane, che volteggiano insieme alle pale eoliche: le stesse macchine sembrano vol­teggiare tra le tante curve, che si devono supera­re. Ma ad ogni curva il lettore/viaggiatore potreb­be fermarsi, per assistere ad un panorama nuovo, come quello descritto ancora da De Sanc­tis, dal castello ducale di Bisaccia:

“… Poi mi condussero al castello, e mi mostra­rono la stanza del Tasso. Chi diceva: è questa, e chi diceva: no, è quella. Mi fermai in una che aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielo grigio. Povero Tasso! Pensai; anche nella tua anima il cielo era fatto grigio. Che vale bella vista, quando entro è scuro? Stet­ti un po’ affascinato. Vedevo certi ultimi monti così sfumati, così fluttuanti, che parevano nuvo­le, e mi davano l’impressione di quell’intermina­bile, di quel lontano che spaventa, e rimasi un pezzo balordo, e non indovinavo l’uscita”4.

Al di là del prezioso riferimento al Tasso, che pare abbia soggiornato nel castello nel 1588, qui colpisce la rappresentazione dell’orizzonte, che l’Irpinia d’Oriente - come l’ha definita Fran­co Arminio - offre al visitatore: l’Irpinia è un bal­cone naturale, che regala un’idea d’infinito, che De Sanctis paragona a quello leopardiano, dal momento che il “lontano che spaventa” richiama “ove per poco / il cor non si spaura …”. Stessa idea si trae da una descrizione di Bisac­cia di Franco Arminio, che nel suo Viaggio nel cratere (non elettorale) scrive: “A volte su que­st’ultima loggia l’aria è così chiara che si può immaginare di vedere l’orario dei treni alla sta­zione di Foggia. Guardandosi intorno, invece, compaiono portali splendidamente intagliati, i palazzi dei nobili e le piccole case dei braccian­ti, i vicoli che finiscono a strapiombo su una campagna fatta di fazzoletti di terra lavorati con puntiglio e cura”5. E la bellezza di questi luoghi ha incantato tanti, tra cui Vittorio Sermonti.

Lasciata Bisaccia, il percorso può seguire dire­zioni differenti. Avendo tra le mani il Viaggio elettorale, come un breviario, si può scegliere l’i­tinerario di De Sanctis, che dopo “Bisaccia la gentile”, descrive “Calitri la nebbiosa”, quindi “Andretta la cavillosa”, “Morra Irpino” - oggi De Sanctis -, e Sant’Angelo dei Lombardi, “La mia città”, oppure seguire il percorso dell’Irpinia d’Oriente proposto da Franco Arminio nel suo Viaggio. Libertà al lettore/viaggiatore. Molto suggestivo è anche un diario di viaggio per l’Irpinia d’Oriente di Marco Ciriello6 che tra le altre cose così descrive la strada tra Calitri e Bisaccia: “Desolante bellezza. Un serpente nero che si muove fra terre incolte, mute, sciolte. Nessuna costruzione. Qualche sporadico albero. Solo terra, pettinata dalla neve. Il bianco segna i solchi dei tratturi. Un laccio di sedici chilome­tri che sono una stagione immobile. Potrebbe essere qualunque luogo. I pali della luce conta­no la distanza.

Lontano lontano, emergono, deposte sui picchi dell’altipiano, le pale enormi dell’energia eolica, spilli giganti, incessanti gira­no, lancette, sembra, a misura del tempo. Eppu­re alle spalle si lascia Calitri che appena spunta alta sulla strada mette allegria. Una parete di case, una sull’altra, sembra in posa, colori sgar­gianti spalla a spalla con lo scuro delle pietre fradice d’acqua, memoria grezza e sfavillante presente”. Noi proseguiamo ancora sulle orme di De Sanc­tis verso l’interno, verso Occidente, e giungiamo a Morra, che rappresenta il momento centrale del racconto (è il paese di nascita del grande cri­tico), dove ancora domina l’idea di un’Irpinia terra dell’Infinito:

Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere, posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant’An­giolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e colassù vedi Sant’Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella, e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra è la valle dell’Isca, impetuoso torrente che va a con­giungersi coll’Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e ti mostra Andretta, e il castello di Cairano, avanguardia di Conza, e Sant’Andrea. L’occhio non appagato, navigando per quell’infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa dell’immagina­zione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov’è Campagna. Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c’è alcun mor­rese, che non possa dire: io posseggo con l’oc­chio vasti spazii di terra”7.

E già! Abbiamo superato l’altipiano del Formico-so, con il suo vento, con il suo verde, con il suo sole, con la solitudine minacciata dalle pale eoli­che inverosimilmente alte, e non abbiamo detto quasi nulla! Del resto, il Formicoso è luogo che bisogna visitare, non può essere raccontato se non da un grande poeta. Proseguendo verso l’interno, costeggiata Guardia Lombardi, giungiamo a Sant’Angelo, la città di De Sanctis, ma anche la città dell’italianista di Harvard Dante Della Terza, che ci conduce, attraverso alcuni suoi racconti intensi ed elegan­ti, nel vivo della quotidianità di questi paesi, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma descrive anche il tormento di un “Ulisse”, che abbando­na la sua terra e ne sente, sempre, il richiamo doloroso:

“… Quando io decisi di concorrere per una borsa di studio presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, mi sottrassi quasi del tutto al commercio quotidiano con gli amici del paese per preparar­mi ad un salto di qualità nei miei rapporti col mondo della mia infanzia che doveva rivelarsi con gli anni decisivo. Mi recavo con un libro per le strade di campagna e riflettevo e meditavo sulle molte mie lacune e sulla mia ignoranza e sulle cose che avrei dovuto leggere ed apprende­re per superare la prova che prevedevo assai ardua e competitiva. Il paesaggio nel quale mi muovevo o entro il quale gestivo il mio addio imminente alle cose più care e memorabili mi apparteneva ed io stesso mi apparivo come una transitoria espressione di una sua costante ope­rativa, un suo prodotto; e tuttavia sentivo che per potere veramente possederlo o revocarlo con pietà filiale dovevo drasticamente staccarmene …”8.