Le grotte di Calitri

   Vinicio Capossela

 

 

Le grotte di tufo scavate nel costone del paese sono un’altra faccia del labirinto a scalette, la terza dimensione del paese, quella della profon­dità. Spesso sono un’appendice delle case a piano terra con la porta che si affaccia alla stra­da. Forse anche le case sono piccole grotte col soffitto a volte. Riparo e ricovero, di uomini e animali. Mentre fuori nella notte si alza il miste­ro del pumminale, il cane mannaro, dentro è il rifugio delle fornacelle. Ogni casa, come una piccola Betlemme, ha la sua mangiatoia. Tata­cienzo, mio nonno, entrava col mulo in cucina, e con l’avvento della modernità anche col treruote, passava la stanza da letto e scendeva i tre gradi­ni dove si entrava nel ventre della terra.

 

Era come dormire in una viscera, dormire nel gabbiotto di sopra, tra i sacchi delle sementi, e sentire in quell’antro della terra il respiro degli animali, il loro ruminare. Un grembo con l’ani­male dentro, come un quadro di Chagall. E fuori nella notte abbandonata si sente solo il pisciolia­re delle fontane e si teme l’apparizione della creatura della cupa.

 

Nel paese mitico dove il pavimento di uno era soffitto dell’altro, sotto la rocca nebbiosa, o tra la calce bianca e il cielo azzurro adornato di ron­dini, nel passeggio degli scalini si aprono, guar­date dalle beffarde e minacciose facce di pietra dei facciumini, grandi spelonche intraviste die­tro porte a steccato di legno. Sono antri di miste­ro, da Polifemo in Calitri.

 

Calitri, il paese che a tutti noi regala il viaggio, come la Itaca di Ulisse. E infatti sono grotte, antri da canestri di ricotta, da formaggiai, dove covano le sfere dei caciocavalli appese, come tante lune nella penombra. È il mondo sotterra­neo del paese coriaceo, che con vero spirito cali­trano, cuoredicane, è stato scavato nella fatica e nell’arte. Spirito che rende Calitri così attenta, alla maiolica, al pizzo ed al ricamo. Perché nel calitrano c’è comunque questa tensione greca come il nome, all’“aggietto”, alla cosa fatta bene, alla bellezza e poi c’è anche la ferinità montana, hirpina, e un certo impegolamento bizantino nelle questioni. E il paese antico, que­sta torta di case, questa specie di quadro di Escher, prospettiva incrociata di archi e scalini, si regge sul cemento, sulla calce delle chiacchie­re che si impastano al vento.

 

Ora che il silenzio se l’è preso, questo groviglio di case, il silenzio gli ha regalato l’eternità. È un silenzio che echeggia di storie. Ognuna di quelle piccole porte è un nido di vespe ronzante racconti, in cui rimanere storditi, come sul mosto fresco. Ma bisogna avere un orecchio fino o esserci nati e restati lungo quei muretti, per sentirlo, perché il mistero è stato nascosto bene, per case vuote e per grotte, forse perché, come dicono i calitrani antichi, nel piatto coperto non cacano mosche.