| Sviluppo locale e partecipazione: l'approccio LEADER |
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Dario Cacace - Ricercatore INEA
Negli ultimi due decenni le politiche finalizzate allo sviluppo economico e sociale hanno guardato con sempre maggiore interesse alla dimensione locale della programmazione ed attuazione degli interventi. L’inefficacia di modelli di sostegno di tipo dirigistico, unitamente alle spinte verso il decentramento amministrativo, hanno originato un ampio dibattito sulla necessità di concepire nuovi meccanismi di intervento in grado di bilanciare le esigenze efficientistiche dettate dalle dinamiche competitive globali con obiettivi di riequilibrio sociale ed economico tra territori.
Ne è conseguita una fioritura di strumenti basati su alcuni comuni denominatori: programmazione ascendente e partecipata; concertazione; integrazione; valorizzazione delle risorse endogene. Si tratta di termini ormai entrati nel lessico comune di coloro che, a vario titolo, si occupano di sviluppo locale, e che traducono un’idea che oggi può apparire banale, ma che tale non era per quanti, con spirito pionieristico, hanno sperimentato nuovi approcci allo sviluppo: l’efficacia degli interventi dipende dalla capacità di dare risposte concrete ai fabbisogni specifici emergenti dai singoli contesti locali. Modelli monolitici e preordinati non possono adattarsi elasticamente alle caratteristiche di territori che, sotto molteplici punti di vista, si presentano eterogenei e tale circostanza impone l’adozione di schemi più flessibili, fondati sulla convinta adozione del principio di sussidiarietà.
Il processo di programmazione ascendente, comunemente denominato “bottom-up”, rappresenta un importante momento di crescita culturale poiché favorisce la partecipazione democratica e la condivisione delle strategie di intervento, ma anche l’individuazione delle responsabilità politiche ed amministrative. Diventa dunque cruciale il ruolo dei partenariati locali, organismi collettivi ai quali è attribuito il compito di sensibilizzare ed animare le comunità locali, traducendo in scelte strategiche i risultati della fase di ascolto e concertazione.
Esiste un luogo, nel fitto panorama di strumenti allestiti dalla programmazione comunitaria e nazionale negli ultimi anni, in cui le comunità locali sono incoraggiate a sperimentare una visione più ampia delle politiche di intervento, non limitandosi alla mera attivazione di strumenti di incentivazione in regime d’aiuti – peraltro indispensabili – ma agendo su leve prevalentemente di carattere immateriale, che attengono alla qualità delle risorse umane, alla creazione ed all’irrobustimento delle reti relazionali, all’accumulo di capitale sociale e di fiducia, alla dotazione di beni collettivi.
Un luogo nel quale gli attori istituzionali ed economici, sebbene portatori di interessi individuali differenti, nel pieno rispetto dei rispettivi ruoli istituzionali e sociali sono disponibili a proporre visioni condivise, accettando i limiti che, inevitabilmente, un processo di condivisione "democratica" e concertata delle strategie impone alla loro iniziativa ed alla loro autonomia decisionale. Un luogo nel quale la rappresentazione sociale dei fabbisogni del territorio e la conseguente definizione delle strategie di sviluppo locale è il prodotto di un’impostazione di tipo progettuale e partecipato, tesa a promuovere un cambiamento del contesto socio-istituzionale in cui operano le imprese e i cittadini, favorendo un miglioramento della governance del sistema locale. Si tratta dell’Iniziativa Comunitaria Leader, finalizzata ad incoraggiare lo sviluppo locale integrato in ambito rurale, che ha consolidato, nel tempo, la sua funzione pedagogica e sperimentale per diventare un metodo trasferibile nel mainstreaming. Al pari di altri strumenti di programmazione negoziata su scala locale, le edizioni dell’Iniziativa Leader promosse sin dal 1991, hanno prodotto effetti talvolta sorprendenti, talvolta non in linea con le attese suscitate, soprattutto a causa di resistenze culturali che, sotto molti aspetti, rallentano la spinta al cambiamento. In ogni caso, è bene chiarire che l’efficacia dell’approccio Leader non va misurata con il metro delle realizzazioni fisiche e degli investimenti materiali: non è certo questa la dimensione nella quale operano i Gruppi di Azione Locale.
In generale, va riconosciuto che l’approccio Leader ha permesso di rafforzare le identità territoriali e di portare alla luce elementi delle tradizioni socio-culturali e produttive locali attorno ai quali aggregare il consenso e la partecipazione delle popolazioni rurali, suscitando un rinnovato interesse per il territorio e le sue risorse. Ma anche laddove il cammino dei Gal si è rivelato più incerto, la visione multisettoriale e multidisciplinare delle strategie e l’applicazione del metodo partecipato ed ascendente hanno rappresentato un formidabile momento di crescita del patrimonio di competenze presenti nelle aree rurali, migliorando le professionalità e le capacità progettuali degli operatori che hanno affiancato, con ruoli e responsabilità diverse, le attività dei Gal. Le azioni di animazione e la continua alimentazione di reti immateriali e relazionali hanno facilitato lo scambio di buone prassi tra comunità rurali, aprendo i territori più marginali a nuove esperienze e migliorando le capacità degli stakeholders locali nell’affrontare problemi complessi e proporre soluzioni innovative.
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