Il fiume che i romani chiamavano Aufidus è disegnato su quasi tutte le carte geografiche: una lunga linea azzurrina che parte dalla Campa­nia, in Irpinia, tra i territori comunali di Torella dei Lombardi e Nusco, fende la Basilicata e scorre per circa 170 km nella sua valle, con numerosi affluenti ed una portata media che supera i 10 mc/sec., sfociando in Puglia nel mar Adriatico, tra Margherita di Savoia e Barletta. Il suo bacino idrografico, 270 milioni di metri cubi d’acqua, è esteso per circa 2700 kmq e fa dell’Ofanto uno dei maggiori corsi d’acqua dell’I­talia meridionale.

Il fiume è caratterizzato da un’alta biodiversità; dalle sorgenti alla foce la vegetazione è un sus­seguirsi di salici, pioppi, canne, sambuchi, quer­ce, olmi. Qui trova il suo habitat naturale un’e­norme varietà di specie animali: la lontra, il tasso, la volpe, la donnola, la faina, la puzzola, la testuggine, la lucertola, la biscia, la rana, il pesce gatto, la carpa, il carasso, il cefalo, lo sto­rione e, negli affluenti, la trota. “Dalle sorgenti alla foce, il fiume attraversa il territorio di 51 Comuni, 17 della provincia di Avellino, 23 della provincia di Potenza, 7 della provincia di Foggia, 4 di quella di Bari.

Si tratta di un territorio particolarmente ricco di vestigia archeologiche, di bellezze architettoni­che e paesaggistiche. Ad esempio, notevole è la quantità di castelli presenti lungo il corso e nelle vicinanze del fiume, tra i quali, in ordine alfabe­tico, i manieri di Ascoli Satriano, Atella, Barlet­ta, Bisaccia, Calitri, Candela, Canosa, Caposele, Castelgrande, Cerignola, Guardia Lombardi, Lavello, Melfi, Minervino Murge, Monteverde, Muro Lucano, Rocchetta S. Antonio, San Fele, Sant’Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Venosa. Non si tratta sempre di castelli visitabili o ben conservati, e in alcuni casi rimangono soltanto pochi ruderi, ma in altri casi si tratta di castelli di buon pregio, ancora ben conservati, o restau­rati dopo il terremoto del 23 novembre 1980.

Discorso analogo vale per i siti archeologici, come quelli, tra gli altri, di Ascoli Satriano, Atel­la, Banzi, Barletta, Bisaccia, Canosa, Cerignola, Conza della Campania, Lavello, Lioni, Melfi, Nusco, Rapolla, Torella dei Lombardi, Trinitapo­li, Venosa”.1 I numerosi rinvenimenti archeologici, i resti del-l’elefante antico di Atella, le necropoli dell’età del ferro, la cultura delle tombe a fossa che va sotto il nome di facies di Oliveto-Cairano e, verso le sorgenti, la necropoli di San Cataldo, sono sol­tanto alcune delle molte testimonianze della civiltà di questo territorio, unico punto di pas­saggio da est a ovest, dall’Adriatico al Tirreno, come sapevano bene gli eserciti di Pirro e del cartaginese Annibale. Le scoperte recenti mostrano che esisteva una civiltà locale che entrò in contatto con quella greca e ne fu influenzata.

Nel tratto più alto del suo corso, subito dopo aver lasciato Torella, l’O­fanto fiancheggia, in territorio di Sant’Angelo dei Lombardi, la splendida abbazia di San Gugliel­mo al Goleto. Fondato nel XII secolo da San Guglielmo da Ver­celli, è uno dei complessi monastici monumen­tali più importanti dell’Italia meridionale, ric­chissimo di testimonianze di storia e di arte, dalla torre Febronia risalente al 1152 alla sette­centesca Chiesa Grande, in parte diruta, edifica­ta dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro.

 

A Lioni, unico caso tra i comuni irpini toccati dal-l’Ofanto, il fiume entra nel centro abitato che sorge nei pressi di Oppido Vetere, un esempio di quei villaggi-fortezza che i sanniti, continuamen­te assediati dai romani, costruivano sulle alture. Qualche chilometro ancora e il fiume dà origine al salto d’acqua noto come “la cascata”, nella zona di Borgosao. Qui sono ancora visibili i ruderi di un vecchio mulino ad acqua, quasi completamente coperti dalla vegetazione. Il mulino, a ruota oriz­zontale, era caratterizzato da un doppio impianto di molitura. A monte dei ruderi del mulino, i resti di un edificio fortificato medievale.

Da Conza della Campania fino al territorio di Monteverde, l’Ofanto rappresenta il confine naturale tra Campania e Basilicata. Cairano, Calitri, Pescopagano, Aquilonia, Monteverde, Ruvo del Monte e Rapone gli fanno da cornice.

In questo tratto, numerosi sono i suoi affluenti, dal torrente Orata al Ficocchia, al Cortino, alla fiumara di Atella, all’Osento. La fiumara di Atel­la è l’affluente più importante dell’Ofanto dal lato destro. Su due di questi affluenti sono state realizzate la diga Aquila Verde o di San Pietro, sul torrente Osento a Monteverde, e la diga di Saetta sul tor­rente Ficocchia nel territorio di Pescopagano.

L’abitato di Conza della Campania, paese deva­stato dal terremoto del 1980, è stato ricostruito a valle, mentre sul colle dove sorgeva l’antica Compsa, ora completamente disabitato, sono stati portati alla luce i resti della città romana, un tesoro archeologico scoperto in seguito alla rimozione delle macerie nella piazza antistante la Cattedrale di Santa Maria Assunta.

A fare da contrappunto alla Conza archeologica, a valle è sorta un’oasi naturalistica di grande importanza, gestita dal WWF. Uno sbarramento sull’Ofanto ha dato origine ad un vasto lago arti­ficiale, con un’estensione di 1000 ettari ed una vegetazione ed una fauna ricchissime: sono state censite oltre 100 specie di uccelli. L’invaso, rea­lizzato negli anni ’70 per l’irrigazione della Puglia e della Basilicata, contiene 74 milioni di metri cubi d’acqua e rappresenta l’opera infra­strutturale più importante dell’alto Ofanto. Qui si  accumulano le acque invernali che vengono rila­sciate secondo necessità, in modo da avere una portata continua anche nei periodi estivi siccitosi.

A Calitri, nella parte alta del paese, sono visibili i resti del castello costruito nel XV secolo e distrutto dal terremoto del 1694. Qui, in locali recentemente restaurati, è stata allestita una esposizione permanente di ceramiche, tradizione artigianale molto ricca nel paese.

La valle dell’Ofanto è attraversata dalla panora­mica e antica linea ferroviaria Avellino - Roc­chetta Sant’Antonio, detta anche ferrovia Ofanti­na, fortemente voluta da Francesco De Sanctis

ed entrata in funzione nel 1895, oggi purtroppo quasi in disuso. “Questa, solennemente inaugurata il 27 ottobre per tutta la sua lunghezza da Rocchetta ad Avel­lino, attraversa ventitre volte l’Ofanto e dodici i suoi affluenti, per lo più con travate metalliche di più luci; passa in gallerie le strette di Cairano e la gola di Lioni, ha pendenze non maggiori del quindici fino a Morra e del venticinque fin su a Nusco: quivi raggiunge la massima altezza di seicento settantadue metri, e nel solo suo tratto da Rocchetta a Sant’Angelo, validamente assicu­rato contro le correnti del fiume da muri di soste­gno, da dighe e da scogliere, numera sette sta­zioni e quattro fermate. La civiltà, oramai, è vittoriosa della valle dell’O­fanto. Onore all’Italia!”.2 È proprio nei pressi della stazione ferroviaria di Rocchetta Sant’Antonio (provincia di Foggia) che l’Ofanto lascia la Campania e riprende il suo lungo cammino nella pianura pugliese. In Puglia,

nelle province di Bari e di Foggia, l’Ofanto rap­presenta una delle principali risorse idriche per l’agricoltura. A San Ferdinando di Puglia, su ini­ziativa di Legambiente e con l’appoggio del Comune, nel 1998 è stato istituito un centro di educazione ambientale che ha tra i suoi obiettivi primari la salvaguardia del fiume Ofanto. In questo territorio, la vegetazione della parte più paludosa del fiume è costituita prevalente­mente da canneto, erbe tipiche quali lo stramo­nio e la tifa. Sono presenti anche alcuni esem­plari di airone e tra le saline, soprattutto alla foce, c’è un avvicendamento notevole di uccelli acquatici. Nell’antichità il fiume si poteva risalire dalla foce fino a Canosa; oggi è navigabile con le canoe. Sul corso inferiore dell’Ofanto, a Canne, nel 216 a.C. si fronteggiarono la potenza romana e quel­la cartaginese in un’epica battaglia che vide soc­combere i romani.

Nel territorio compreso tra Margherita di Savoia e Barletta, l’Ofanto sfocia nel mar Adriatico. “Numerosi sono gli autori che, sin dall’antichità, hanno scritto e narrato del fiume Ofanto, da Ora­zio a Virgilio a Lucano a Silio Italico, da Polibio a Strabone a Tito Livio a Plinio il Vecchio. Ma questo fiume resterà per sempre legato indisso­lubilmente al nome di Orazio, che lo ricorda “violens”, “acer”, “sonans”, simbolo di una terra arcaica, rigogliosa e incontaminata. Nel congedo del III libro delle “Odi”, dopo aver esclamato il famosissimo “Exegi monumentum aere perennius”, Orazio penserà alla sua terra lontana, alla fama del suo nome che arriverà sino al Vulture, all’onore che gli sarà tributato: “E dove suona l’Aufido imperioso, / e fu re Dauno, povero d’acqua, / tra i popoli dei campi, / anch’io sarò un signore, / anche di me si parlerà: ‘Fu il primo / che portò qui tra i popoli d’Italia / la poe­sia dell’Etolia!’ …” (traduzione di Enzo Man­druzzato)”.3

In tempi relativamente più recenti, l’Ofanto e la sua valle, con la ferrovia Ofantina, sono stati descritti da Giustino Fortunato in una pubblica­zione della fine dell’800: “Scaturisce l’Ofanto, umile ruscello, nei campi di Torella dei Lombardi; di là da Lioni si serra in una gola, donde cade, per un’altezza di ventidue metri, nel piano di Conza della Campania; poi di nuovo si chiude fra le strette di Cairano, ma tosto si riallarga nella insenatura sottostante a Calitri, in cui sbocca la fiumara di Atella, il meno povero di tutti i suoi affluenti; [...] si riapre per l’ultima volta nella cerchia di Monteverde, fin­ché, piegando di un tratto a gomito verso levan­te, si volge, oltre le pendici del Vulture, nella distesa di Puglia. Da Torella a Lioni scorre il fiume per undici chi­lometri, in mezzo ad alberi e a terre lavorate; da Lioni a Cairano per diciassette, da Cairano a Monticchio per diciotto, da Monticchio a Roc­chetta per diciannove, sempre libero in un prato

nudo, sterminato di ciottoli e di arene bianche. [dal ponte di Santa Venere] al porto di Barletta intercedono ancora cento e un chilometro, i quali si distendono pigri e lenti, in quella che si chiama ed è la bassa valle canosina dell’Ofanto. [... ] Allora, sì, era ben altro il “sonante”, l’”aspro”, il “violento” Ofanto delle odi oraziane, cui il Venusino, come già Omero per lo Scaman­dro, e tutti gli scultori e pittori dell’antichità per le grandi fiumane, dava l’attributo di “taurifor­me”, quasi col rapido corso e la gran copia delle acque mandasse intorno il mugghio del toro”.4 In occasione dell’inaugurazione della ferrovia Avellino - Rocchetta S. Antonio (in realtà all’epo­ca la denominazione di quest’ultima stazione era “Ponte Santa Venere”) veniva pubblicato il numero unico di “Ferrovia Ofantina”, curato da Agostino de Biasi, direttore dell’ Eco dell’Ofanto di S. Angelo dei Lombardi. Il foglio ospitava, tra gli altri, un articolo intitolato “L’OFANTO” e fir­mato spiritosamente da O. Fantino, di cui riportiamo, per concludere, alcuni brani: “La vera etimologia del nome di questo fiume, ch’è ricordato soventi negli scritti dei classici greci e latini, è ancora avvolta nelle congetture più strane [...] Orazio chiamò il fiume: taurifor­mis, e gli etimologisti solerti della parola ne han fatto il pomo della lite. Qualcuno lo direbbe così qualificato dal muggito taurino che romba per tutto il suo rapido corso. Un altro opina che la parola oraziana voglia tro­vare il significato vero nell’usanza antica di dipingere i simulacri dei fiumi con le corna del toro, a indicare la forza devastatrice delle acque e i misteri dei gorghi. Un terzo – e questi par che dica bene – dà all’Aufidus una etimologia greca: aute fides (sine fide, vel infidus) [...] e ciò per l’incerto e periglioso tragitto che offrono le sue sponde.

Un altro, e questo è forte in orientalismo, risale all’ebraico Opan od Ofan (ruota) pei molti giri in che il fiume si svolge! [...] Sin qui per l’etimolo­gia. [...] Se mi fosse concesso maggiore spazio, sarebbe interessante la rassegna dei cenni sul-l’Ofanto che Orazio, Virgilio, Silio Italico, Valerio Massimo e cento altri noti e non noti han fatto nelle loro opere. Virgilio che descrive la battaglia di Canne accen­na a tal copia di acque del fiume che le ritiene sufficienti al bisogno dei due grossi eserciti di Roma e di Cartagine. (XXI, 26). Aufidus omnis utrisque castris affluens aditum aquatoribus cla­bat. E nella descrizione che fa della pugna mostruosa nota la grandezza del fiume, nel cui letto sarebbero rimasti morti 45mila Romani col duce Paolo Emilio console, 80 senatori, 30 nobi­li, 2700 cavalli!”5


Alessandra Cristina Celano, Agostino Pelullo

 

 

NOTE

1 Paolo Saggese, L’Ofanto e l’Irpinia come paesaggio letterario, relazione al Convegno OFANTO -Tutela e valorizzazioni delle produzioni e dei luoghi d’interesse ambientale, storico, archeologico e culturale presenti lungo le rive del fiume, svoltosi a Sant’Angelo dei Lom­bardi, a cura del GAL Verde Irpinia, il 7 luglio 2005.

Giustino Fortunato, L’alta valle dell’Ofanto, Roma 1896. 3 Paolo Saggese, cit. 4 Giustino Fortunato, cit. 5 O. Fantino, “L’OFANTO”, in FERROVIA OFANTINA, numero unico, Avellino, TipoLitografia E. Pergola, 27 ottobre 1895. Ristampa anastatica a cura del centro Studi “Conoscere il Vulture”, 1989.