IL REGIO TRATTURO

PESCASSEROLI – CANDELA

Mario Salzarulo - Agostino Pelullo

Un tratto del Regio Tratturo Pescasseroli - Can­dela delimita a nord-est l’area d’interesse del Piano di Sviluppo Locale “Terre d’Irpinia - Villag­gi delle Fonti” e con i suoi tratturelli, bracci e riposi pervade l’intera area fino al corso dell’O­fanto e della ferrovia Avellino - Rocchetta S. Antonio. Al fine di comprendere la valenza economica, antropologica e sociale di uno dei più importan­ti percorsi storici del Mezzogiorno d’Italia, si riporta di seguito l’introduzione del prof. Diome­de Ivone agli Atti (da lui curati) del convegno di studio “La transumanza nell’economia dell’Irpi­nia in età moderna”, organizzato nel giugno del 2001 nell’ambito del progetto Parco Letterario Francesco De Sanctis.

Essi sono stati pubblica­ti dal Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Salerno ed editi nel 2002 dalla Editoriale Scientifica S.r.l., Napoli. “La transumanza fu uno straordinario fenomeno di emigrazione stagionale delle greggi che dai luoghi di montagna dell’Abruzzo, del Molise, della Campania e della Basilicata si recavano nella pianura del Tavoliere.

Un fenomeno mille­nario che si ripeteva ogni anno e di generazione in generazione lungo itinerari detti tratturi. Ter­mine quest’ultimo utilizzato – secondo quanto scrive Italo Palasciano, le Lunghe vie erbose, tratturi e pastori del Sud, Lecce, 1981 – nella prammatica del 1 agosto 1447 di Alfonso I d’A­ragona che istituiva la ‘Regia Dogana della Mena delle pecore di Puglia’. I pastori, quindi, per spo­starsi con i loro greggi dovevano servirsi dei trat­turi i quali erano sottoposti ad una rigida norma­tiva disciplinare in grado di tutelare sia il flusso del gregge sia la loro sicurezza. Essi erano larghi 111,11 metri ed erano delimitati lungo il percor­so da ‘termini lapidei’ ossia da blocchi di pietra sui quali erano scolpite le lettere R.T., che sta­vano ad indicare Regio Tratturo, ed il numero che li contraddistingueva. Sui tratturi le greggi viaggiavano durante il giorno e sostavano, rin­chiuse in recinti, durante la notte. Adiacenti ad essi in località pianeggianti, ricche di erbe, e presso corsi d’acqua si estendevano i ‘riposi’, dove le greggi potevano sostare per un periodo più lungo.

Sui tratturi non si muoveva solo il gregge, ma un’intera ‘organizzazione itinerante’ di uomini e animali. Alla conduzione di tale organizzazione c’era il massaro che a volte era anche il proprietario del gregge. Egli era responsabile della manifattura e della custodia della ricotta e del formaggio oltre che del buon andamento dell’intera azienda transumante. Alle sue dipendenze c’era il sotto­massaro o caciere che divideva con lui alcune responsabilità e sovrintendeva sul restante per­sonale. Seguivano i butteri che erano addetti alla custodia degli animali da soma e al trasporto della paglia, delle reti, dei paletti, della legna ed altro. I butteracchi erano i coordinatori dei but­teri che custodivano i ricoveri ed eseguivano ser­vizi di trasporto con i somari. I pastori e i pasto-ricchi aiutavano nelle quotidiane attività di mun­gitura, di guardiania e di abbeveraggio.

Alla base di questa gerarchia pastorale c’erano i guaglioni  o garzoni inservienti apprendisti che preparava­no il fuoco e qualcosa da mangiare. Il sistema doganale durò tre secoli e consentì il massimo sviluppo della transumanza e una fonte di entrata inesauribile per lo Stato. Con l’abolizione della Dogana nel 1806 e la succes­siva legge di affrancazione del 1865, le terre del Tavoliere furono man mano liberate dal vin­colo di pascolo comportando una lenta sparizio­ne della transumanza che, anche se con minore rilevanza, continuerà fino agli anni ’50 del Novecento.

Anche nelle comunità irpine la pastorizia per ragioni di sopravvivenza doveva annualmente spostarsi dai luoghi più alti e più rigidi, sfrutta­bili solo in estate, a quelli pianeggianti pugliesi più caldi per il periodo invernale, poiché l’incle­menza del clima nel periodo invernale compro­metteva la produttività degli allevamenti e la stessa esistenza degli armenti: anche per l’Irpi­nia nacque dunque l’esigenza della transuman­za, il cui fenomeno si manifestava generalmente lungo il tratturo Pescasseroli – Candela (211 Km) il secondo per lunghezza dopo quello dell’A­quila – Foggia (243,597 km), per il tratto che iniziava a Casalbore e si concludeva a Zungoli, prima di immettersi nella provincia di Foggia a Candela. Considerata quest’ultima la finestra del Tavoliere.

È allo studio, appunto, di questo tratto importan­te del secondo Regio Tratturo che fu dedicato il Convegno, svoltosi ad Andretta il 21 e 22 giugno del 2001, i cui atti […] contengono ben 15 rela­zioni che hanno studiato aspetti economici, civi­li e religiosi legati al fenomeno irpino della tran­sumanza. Sono stati studiati, così, il viaggio dei locati irpini lungo i tratturi che era di circa tre o quattro giorni, rispetto a quello medio degli abruzzesi che era di venti giorni, il ruolo che i pastori avevano nell’influenzare con il loro pas­saggio la storia economica, civile e religiosa dell’alta Irpinia e, soprattutto, dei 5 paesi più pros­simi al Tratturo Pescasseroli – Candela, Casalbo­re, Montecalvo, Ariano Irpino, Villanova e Zungo­li; la funzione dei tratturelli Foggia – Camporea­le, che attraversava i comuni di Greci e Ariano Irpino, Volturara – Castelfranco, che attraversava il comune di Greci; San Guglielmo o del Piscio-lo, che passava per Monteverde; ed il braccio detto del Frascino, in località Montecalvo Irpino; le due “aree di sosta” di Casalbore importanti per i pastori in transito; la Valle d’Ansanto, le cui acque curavano gli armenti dalla scabbia, i rap­porti tra agricoltori e pastori, ed il loro evolversi nell’arco dei secoli, le relazioni, spesso conflit­tuali tra pastori transumanti e signori feudali locali, la cartografia del territorio, la stessa orga­nizzazione interna del mondo pastorale. L’ele­mento poi che più di ogni altro accompagnò i pastori sul tratturo fu la fede che li aiutava ad affrontare una vita difficile e che costituì il moti­vo dell’affermarsi di un gran numero di riti, sia nel territorio pugliese che in quello irpino. I tratturi divennero fonti di vita e di civiltà, poi­ché qui i più giovani apprendevano oltre al mestiere, anche alcune forme d’arte come il suono di vari strumenti, l’intaglio di oggetti in legno e il genere letterario dei poemi epici. Que­sti percorsi erbosi furono le vie di comunicazio­ne di una civiltà che ebbe molti riflessi letterari. Infatti, la transumanza irpina fu al centro di un patrimonio di leggende, di canti, di linguaggi dando vita ad una vera e propria civiltà cultura­le.(…)”.

Il legame del Regio Tratturo con la ferrovia Avel­lino - Rocchetta S. Antonio viene sottolineato nella mostra curata dall’Archivio di Stato di Avel­lino e dalla Pro Loco di Andretta, nell’ambito del citato convegno di studio.

Nell’intervento di presentazione della mostra del Prof. Nicola Di Guglielmo viene evidenziata la “fotoriproduzione del tronco del tratturello che, dal confine di Morra Irpino a quello di Conza della Campania, correva parallelo al corso del fiume Ofanto, con indicazione dei tratti da espropriare per la costruzione della ferrovia Avel­lino - Rocchetta S. Antonio”. Gli atti di esproprio corredati dalla cartografia, redatti in data 8 gennaio 1894 dalla Società Ita­liana per le Strade Ferrate del Mediterraneo, documentano con chiarezza le connessioni tra i due percorsi storici. D’altra parte, alcuni anni dopo l’apertura ufficiale della tratta si avviò un vivace dibattito sull’utilità della rete tratturale che portò alla promozione di una inchiesta par­lamentare (Decreto 21 ottobre 1903) nel corso della quale il relatore, Sen. D. Di Marzo, presi­dente del Regia Commissione, ebbe ad osserva­re che “La sostituzione delle strade rotabili ai tratturi sarebbe assurda.

Le greggi, nel lento lungo tragitto, non avrebbero di che cibarsi. Assurdo anche il trasporto per ferrovia: le greggi arriverebbero presto in Puglia, prima che le erbe fossero riapparse. Il subitaneo mutamento del clima sarebbe di grande nocumento alla salute delle pecore pregne e delle pecore-madri, con­dannate a perdere il latte” (dall’intervento del Prof. Nicola Fierro). Dei due tipi di infrastruttu­re, in sostanza, si auspicava la coesistenza: “Onde resti salva la pastorizia, che è un elemen­to economico necessario alla vita di intere popo­lazioni, e migliorate a un tempo le condizioni stradali, che tanto concorrono all’incremento dell’agricoltura” (dalla relazione del Sen. Di Marzo ne “I tratturi”, Roma, 1905)