Chi va nei paesi non si aspetta incontri straordinari. Chi sta nei paesi pensa che gli incontri straordinari siano possibili solo altrove. E questo è un pregiudizio di cui dobbiamo liberarci al più presto.

Ad Aquilonia c’è Mimì Tartaglia, un professore da quest’anno in pensione, e tutta la sua vita è una palese dimostrazione che oggi gli uomini migliori abitano nelle riserve, nelle retrovie. Ha insegnato per oltre quarant’anni a Salerno, lontano dal luogo natio, ma non troppo, forse la distanza giusta per non caricarsi dei suoi umori pestiferi. Aiutato dall’ex vigile Donato Mesce ha cominciato la sua raccolta di reperti della civiltà contadina, forse proprio per il disagio che gli provocava il presente della sua comunità che quel passato aveva letteralmente divorato: il paese vecchio non era del tutto caduto con il terremoto del 1930, ma a partire dagli anni cinquanta è stato ignobilmente saccheggiato per farne una cava di pietre e una discarica.

Oggi Aquilonia è uno dei tanti paesi dell’Appennino meridionale dove a un indiscutibile riscatto dalle antiche penurie materiali fa da contrappeso un diffuso senso di disagio, una scontentezza sorda e rancorosa, come se a ognuno spettasse sempre qualcosa di più, ma non si sa come e dove cercarlo questo qualcosa.

Una buona idea è venuta ad un brillante architetto del posto, Donato Tartaglia, che ha disegnato un progetto per il parziale recupero di alcune funzioni di Aquilonia vecchia e per la realizzazione di un parco archeologico. Questo progetto si congiunge naturalmente con la bella creatura di Mimì Tartaglia: il Museo Etnografico che già c’è, ma il suo instancabile inventore e animatore proprio in questi mesi si sta preoccupando di allargarne gli spazi e di sistemare e di allocare al meglio nuove sezioni. Il Comune ha messo a disposizione i locali di un ex asilo nido, consentendone la ristrutturazione anche con periodici contributi economici al Comitato per il Museo e la utilizzazione di due lavoratori socialmente utili. Il resto, con la presenza costante ed insostituibile di Donato Mesce, lo hanno fatto Tartaglia e la gente di Aquilonia che ha avuto fiducia in lui e ha portato al nascente museo tutto quello che adesso si può vedere. Ma il museo del piccolo paese irpino non è un deposito di reperti come avviene di solito: ce ne sono tanti in giro per l’Italia, messi su confusamente da polverosi eruditi locali, nostalgici di un passato di cui non riescono a cogliere la miserabile trama di abbrutimento e fatica. L’esposizione aquiloniese, frutto di anni di studi e di ricerche, di esperienze e competenze specifiche, segue criteri scientificamente rigorosi nella ricostruzione di circa novanta ambienti abitativi e di lavoro e ci sono voluti tanti volontari e cemento e pietre e mattoni per adeguare la palazzina e le sue anonime stanze geometrili alle esigenze museali. Si è fatto tutto senza appaltare niente a nessuno, in assoluta economia, soprattutto per rispetto alle prestazioni gratuite di operai, artigiani e contadini ed ai contributi in denaro dei visitatori e degli emigranti aquiloniesi in Italia e negli U.S.A.

Mimì Tartaglia è un uomo mite, ma estremamente determinato. Se fosse andato dietro alle carte e ai soliti detrattori di villaggio avrebbe solamente coltivato amarezze e indugi. Lui, spirito alto e delicato, poteva andare ed è andato d’accordo con le persone più povere e semplici, perché, come diceva Pasolini, in mezzo non c’è slancio e purezza. L’impresa del professore appare ancora più grande se si considerano le traversie personali che ha dovuto superare. Tante anestesie totali in pochi anni: due interventi a cuore aperto, un distacco di retina e ben quattro operazioni per debellare un terribile melanoma. In genere la malattia ci mette in un angolo, c’impaurisce, c’intristisce. E viene da chiedersi di quale malattia soffrano tutte le persone che sopravvivono senza spendersi, incollate a miseri calcoli, chiuse, ripiegate nei loro piccoli ambiti. Tartaglia va avanti con quella che una volta si chiamava anima e ne dispiega senza riserve ogni dono. Lui, con il sostegno corale della gente comune, si dà fino in fondo per dare al suo paese una casa che sia di tutti. Questa è civiltà. Questo davvero è un modo mirabile di abitare il mondo.