Una proposta che guarda al futuro, quando il clima tropicale che si avventerà sulla nostra penisola costringerà molti cittadini a migrare verso le alture.

 

Davanti a noi c’è sempre un paesaggio, un lenzuolo aperto tra le tempie. Noi siamo qui, tra questi paesi che ci danno un confine. Qui erano le corse infantili, il pallone che rotolava in ogni luogo, qui la taciturna fine dell’estate.

È l’Irpinia d’oriente, silenzio e vento, sangue senza musica, sangue amaro delle partenze. Una luce purissima ancora custodisce questi vicoli che furono focolare e grembo di tutti quando il sangue era lucente e la vita era più viva.

Adesso a un altro secolo si apre il libro dei paesi e non è più il caso di piantare chiodi per tenere fermo ciò che è in bilico. Tutti abitiamo in una sostanza senza giorno e senza notte. Il bianco di una vita passata a vagare intorno al cerchio in cui non si entra. Il dio dei tratturi e dell’uvaspi- na sa che non siamo periferia di nessuno ed è un peccato che tanto sangue scorra incustodito. Invece che addestrarsi sulle solite ferite ognuno può riempire di piccoli slanci il tenero e comune sguardo che ci fissa dalle corriere dell’arcaico.

Perso e vivente è il nostro passato, è una lingua che perde pezzi se non viene detta, è lo spreco di chi non si pronuncia e aspetta su un tappeto di finte il niente che ci propone l’altare del televisore. Eppure tutto è ancora qui, e certi pomeriggi hanno il polso leggero. Inutile camminare contro il vetro delle vaghezze. Lo vedremo, lo vedremo tutti che in qualche modo si può ritrovare un desiderio preciso. Lo diciamo già adesso, per strada e in queste righe, lo diremo ovunque alle persone di avvicinarsi a questa terra. Siamo sicuri che sentiranno la sua bellezza senza ornamenti, il suo petto che sa di ginestre adolescenti, il suo mento reso aguzzo dal vento.

Si tratta di richiamare la gente a passaggi meno mercantili. Si tratta di organizzare il turismo del nulla. Venite a vedere la nostra piazzetta antica regolarmente devastata. Venite a visitare il miracolo di un paese nuovo dove il brutto è disposto in una varietà difficilmente concepibile altrove. Qui non c’è bisogno di fiorie- re. A nessuno venga in mente di piantare cartelloni pubblicitari. Più che aprire negozi, più che affannarsi per emulare le cittadine sviluppate, la via da seguire è quella di radicalizzare le proprie penurie, di esaltare l’aspetto spoglio e impervio del paese. Chi viene qui deve trovare luce e spazi vuoti, e silenzio, tanto silenzio.

Il clima tropicale che si avventerà sui cittadini della nostra penisola nei prossimi decenni costringerà a migrare verso le alture. Invece dello shopping su afosi e affollati marciapiedi sarà meglio venire a passeggiare nel grano ventilato di giugno. La sera, invece dei necrofili locali in cui si beve fumo, qui si entrerà in una casa dove si parla di miti antichi.

Bisogna cedere dunque alla sproporzione di cambiare la propria nascita e gettare il seme di noi stessi oltre i rovi delle piccole furbizie. Ciò che non abbiamo voluto di noi stessi ora è qui per darci forza, ora che la città ha perso i suoi coriandoli.

Questa è la dimora, questo l’istante in cui indicare il bene e il male nel centro benedetto della terra, nella comunione coi rami dell’acacia e della rete, con il leggero fruscio delle spighe e delle stampanti.

 

 Franco Arminio