Paolo Saggese

È in genere ammesso che la Scuola, negli ultimi anni, ha maggiormente rivolto la sua attenzione verso la realtà contemporanea, in tutte le sue forme. Penso, in particolare, alla modificazione dei Programmi Ministeriali di Storia, che tendono ad aprirsi con decisione al Novecento. Al contempo, alludo ad una "valorizzazione" delle forme artistiche e letterarie contemporanee, o anche semplicemente "alternative", che stimolino la creatività degli studenti, oltre alla capacità di riflessione e di analisi. In tal senso, significativa è soprattutto la riforma dell'Esame di Stato nelle scuole superiori, che prevede la possibilità per gli studenti di optare per una prova di italiano, che consista in un "pezzo" giornalistico ovvero in una breve sceneggiatura liberamente ideata. E penso ancora ad insegnamenti "alternativi" quali Storia del Cinema, oppure "corsi" di scrittura e di giornalismo.   Bisogna, tuttavia, chiedersi se la Scuola ha in sé altre potenzialità o funzioni, soprattutto in un territorio come il nostro, dove spesso la presenza delle Istituzioni è affidata a pochi "presìdi" ed "avanguardie", e dove la complessità delle problematiche in gioco è tale da disperdere le energie presenti sul territorio. Ebbene, io credo, e ovviamente non sono il solo - né mi arrogo diritti di primogenitura che non ho -, che soprattutto nella nostra provincia, come in altre principalmente del Meridione, la funzione della Scuola potrebbe essere propulsiva o almeno costituire la "coscienza critica" di una società in alcuni casi attardata o in difficoltà. Del resto, la Scuola non opera semplicemente per la  formazione" degli studenti, ma anche per una loro maturazione come cittadini. Questo compito è ancora più utile dove il "senso civico" può essere venuto meno - o mai esistito - nella maggior parte o in una "fetta" della popolazione.  
Proprio in tal senso si muoveva in parte l'analisi del Dott. Ghelfi e di molti dei colleghi presenti  ll'incontro del 29 ottobre  tenuto nel Castello Caracciolo di Torella, e documentato nell'intervento successivo.   In particolare, si è a ragione messo in rilievo come nell'ottica della mondializzazione la Scuola è chiamata ad un ampliamento dei contenuti, ma conservando un nucleo forte del curricolo ministeriale sul quale inserire, eventualmente, "elementi didattici" ricavabili dal territorio. Per chiarezza, è utile forse fornire qualche esemplificazione.   Se volessimo rivolgere la nostra attenzione a programmi di "Storia dell'Arte" dei nostri licei, un elemento che può far riflettere è che quasi sempre, al di là di riferimenti sporadici e dovuti all'iniziativa dei docenti, non si fa alcuna allusione o cenno alla produzione artistica presente sul  territorio Irpino. Avviene, paradossalmente, che gli studenti siano in grado di conoscere con estrema precisione e maturità di analisi i movimenti e i fenomeni estetici che hanno caratterizzato altre regioni o nazioni, ma che nulla hanno potuto apprendere sulla cultura "locale". Lo stesso può dirsi, del resto, per  analoghe discipline come la Storia oppure la produzione letteraria. Ovviamente, qui non si vuole affatto mettere in discussione alcune acquisizioni fondamentali di una Scuola moderna, che deve fornire un'uniformità di conoscenze su tutto il territorio nazionale, e che pertanto ritiene necessario che uno studente conosca la grandissima arte italiana del Rinascimento oppure il Cubismo o l'Espressionismo europeo. E pur tuttavia, una parte delle lezioni dovrebbe essere dedicata all'analisi di quanto contemporaneamente era "prodotto" dagli artisti locali e quanto di gradevole oppure semplicemente interessante dal punto di vista storico sia da valorizzare o da riscoprire in Irpinia. Un insegnamento basato su tali princìpi - che sono del tutto lontani da qualsiasi visione provinciale o campanilistica - potrebbe produrre come effetti soltanto immediati: 1) Una maggiore consapevolezza degli studenti del vivere in un ambiente "storico-culturale" ben definito; 2) Una più matura conoscenza del reale; 3) L'accostamento della Scuola alla realtà;  4) Una superiore efficacia didattica. E così via.
Ma non solo. Mi pare innegabile che tutto ciò possa contribuire ad una valorizzazione complessiva del territorio, ad una sua più efficace salvaguardia. Banalmente, se noi conoscessimo o apprezzassimo l'importanza di una "pietra" dimenticata, ci indigneremmo e tenteremmo di salvaguardarla. La Scuola, ripeto, potrebbe in tal senso fungere da coscienza critica. Per chiarezza, fornisco ancora qualche esempio: luoghi quali la "Mefite" - la "Valle dell'Ansanto" di virgiliana memoria -, il Castello di Gesualdo, gli scavi di Aeclanum, Girifalco di Torella dei Lombardi, Oppido di Lioni, le "Grotte" di Lacedonia, biblioteche preziose o archivi distrutti dall'incuria colpevole e dagli anni, sono tutti "spazi" che hanno bisogno di essere "adottati", tutelati, difesi, valorizzati, se l'opinione pubblica e le Istituzioni sono assenti o non hanno gli strumenti per agire. E la Scuola può lavorare per sensibilizzare, o anche "adottare" e sostituire, "rompere le scatole", se necessario, a chi "latita". 
Immagino, d'altronde, una Scuola che è Centro di Studi Storici, Archeologi  ci, di indagine artistica, letteraria, di sviluppo, che abbia laboratori dove docenti e studenti lavorino insieme, biblioteche attrezzate e tutte le strumentazioni adatte.  Che si "inventi" o  sostituisca i libri di  testo, quando siano carenti. Che produca, pertanto, cultura e valorizzi il territorio. Se manca, ad esempio, un testo che tracci la Storia dell'Arte in Irpinia in età medievale, bisognerebbe - come mi suggerisce un collega ed amico, Antonio Iannece - che il docente, insieme a professori di altri istituti e ad esperti esterni, diventi autore, con gli studenti, di manuali "integrativi". Lo stesso vale anche per le altre discipline.
E così, se alla Valle  dell'Ansanto non è più dedicata attenzione alcuna, se non si pensa ad una nuova "campagna" di scavi, oppure se una discarica minaccia di deturpare una delle poche zone dell'Irpinia ancora non "violentate", è compito anche della Scuola agire.  
Quindi, valorizzare l'ambiente.
Ma non solo. A seconda delle "vocazioni" di ogni  scuola, si dovrebbe operare sul territorio: un Istituto per geometri, ad esempio, potrebbe occuparsi della salvaguardia degli spazi architettonici, mentre un indirizzo che forma periti agrari, potrebbe battersi per la valorizzazione dei prodotti delle nostre campagne. Lo stesso vale per l'artigianato. E così via.
La Scuola, in tal modo, potrebbe essere da stimolo anche per il territorio, potrebbe aprire vie nuove di sviluppo, potrebbe aiutare gli studenti a "crearsi" un lavoro non necessariamente lontano dalla Terra dove sono nati.
Ovviamente, progetti ambiziosi. Ma tentativi vanno fatti, soprattutto se si tiene conto che non si parte da zero, e che tanti Presidi o Docenti sono già impegnati in tal senso, ed hanno bisogno di maggiore collaborazione, di stimoli, e soprattutto di non essere lasciati ad operare in "solitudine".
Ma sono necessari anche strumenti, professionalità, metodologie adeguate. A questo proposito, prezioso potrebbe essere l'apporto, che il CILSI fornirà, allestendo un Corso di Aggiornamento per gli insegnanti dell'area LEADER, e che sarà incentrato unicamente sull'Educazione Ambientale. Di tale corso si darà ampia descrizione nel prossimo numero.