GAL CILSI

GRANO "SENATORE CAPPELLI"

Il progetto ha avuto lo scopo di orientare i produttori locali, attraverso un’intensa attività di sensibilizzazione e informazione territoriale, alla semina dell’antica varietà di grano Senatore Cappelli certificato (Agricoltura convenzionale e biologica) ed elaborare un Disciplinare della Filiera Cerealicola per la produzione di pane e prodotti da forno biologici.

Il grano prende la denominazione dal senatore Raffaele Cappelli che, nel 1907, commissionò una ricerca e la sperimentazione sulle elevate caratteristiche qualitative della varietà. Il progetto, attraverso l’incentivazione dell’agricoltura biologica e l’introduzione del miglioramento qualitativo del grano, ha l’obiettivo di aumentare la competitività dell’intera filiera, consentendo agli stessi produttori un maggior controllo sui prezzi di vendita del prodotto e sul relativo posizionamento di mercato, date le elevate caratteristiche qualitative e la tracciabilità (certificato “R2 agricoltura biologica”) del prodotto durante l’intero ciclo produttivo.

Il progetto di valorizzazione della filiera cerealicola prende l’avvio da una serie di incontri di approfondimento rivolti agli operatori del comparto agricolo intercettati nella fase di concertazione territoriale avviata agli inizi del 2010.

 

Dopo una prima fase di concertazione, sono stati censiti i terreni e individuati gli agricoltori disposti ad avviare la prima sperimentazione.

 

Gli agricoltori che hanno manifestato interesse al progetto hanno sottoscritto il Disciplinare di Produzione, acquistato le sementi del grano Senatore Cappelli ad Irsina (Matera) ed effettuato la semina, anticipando l'avvio della sperimentazione sulla filiera cerealicola nell’autunno del 2010.

 

Su incarico del GAL, la Struttura di Assistenza Tecnica e Servizi Innovativi (SAT) si è impegnata ad avviare l’accompagnamento e l’assistenza alle aziende della filiera del grano e a monitorare gli avanzamenti sul Quaderno di Campagna. Nel corso del primo anno sono stati prodotti 200 quintali di grano Senatore Cappelli.

 

In seguito, i soggetti sottoscrittori del “Piano Sperimentale frumento duro / Bio – Ecotipi locali” sono stati coinvolti nella produzione di farina da grano Senatore Cappelli, al fine di dimostrare i primi risultati di coinvolgimento e di produzione, la concreta fattibilità e l’elevata qualità del pane prodotto in modalità Agricoltura Biologica.

 

Nel corso dell’autunno del 2011, la rete di produttori dell’Alta Irpinia ha avviato il secondo anno di sperimentazione finalizzata alla reintroduzione di grano duro Senatore Cappelli con i semi acquistati dal GAL.

 

L’attività di sostegno alla filiera cerealicola è proseguita con l’individuazione e il coinvolgimento di nuovi soggetti direttamente coinvolgibili nella produzione di pane e prodotti da forno. Il percorso della sperimentazione “Rete Territoriale – Filiera del Grano Cappelli” ha visto, nel 2012, emergere la necessità di costituire tra gli agricoltori impegnati nel progetto un consorzio finalizzato alla tutela di un marchio di qualità.

 

Un altro risultato della sperimentazione è stato la verifica della possibilità, grazie all’adeguato valore dei parametri nutrizionali, di utilizzare la semola di grano duro del Senatore Cappelli prodotto in Alta Irpinia per la produzione di pasta.

 

Le prime produzioni di pasta da semola di grano duro Senatore Cappelli dell’Alta Irpinia (13 formati) hanno mostrato la possibilità di ottenere un prodotto dalle notevoli caratteristiche nutrizionali e organolettiche. Tali caratteristiche sono state riconosciute e apprezzate non solo attraverso la diponibilità di dati analitici molto confortanti ma anche, e soprattutto, dal gradimento manifestato da operatori professionali e consumatori finali che hanno avuto modo di verificarle in numerose occasioni di test organizzate e gestite dal GAL.

 

E’ apparso evidente un possibile esito di sostenibilità economica (il grande valore aggiunto del prodotto finale che può innalzare il reddito dei produttori di base), che si aggiunge a quello rappresentato dalla sostenibilità ambientale (l’incremento di produzioni che, per loro natura e anche grazie a sistemi di rotazione grano/foraggio, azzerano l’utilizzo di concimi chimici, pesticidi e diserbanti).

 

Il progetto di valorizzazione della filiera cerealicola, elaborato e attuato dal GAL Cilsi con il supporto del CRA di Foggia, ha visto, quindi, un rilevante punto di svolta attraverso due passi di notevole importanza strategica: la costituzione di un consorzio tra gli agricoltori coinvolti nel progetto e l’avvio della produzione di pasta da semola di grano duro Senatore Cappelli – Alta Irpinia.

 

E’ oggi attivo, grazie al supporto tecnico-organizzativo del GAL, il Consorzio F.A.I. (Formicoso Alta Irpinia - Agricoltura e sviluppo sostenibile), che raggruppa gli agricoltori che producono in Alta Irpinia il Senatore Cappelli e si propone di gestire il marchio d’area Grano Duro Senatore Cappelli – Alta Irpinia, oltre alla gestione di attività di produzione e commercializzazione dei prodotti trasformati.

 

La sperimentazione della produzione di pasta da semola di grano duro Senatore Cappelli, accompagnata dal supporto della Struttura di Assistenza Tecnica e Servizi Innovativi del GAL Cilsi, ha avuto il significato di mostrare la sostenibilità della costruzione di una filiera produttiva che, per la prima volta, appare governata e gestita dai produttori di base.

 

Gli agricoltori, associati in Consorzio, al quale conferiscono il grano, individuano i servizi necessari alla produzione (analisi e controlli, molitura, pastificazione, confezionamento ed etichettatura) e li organizzano al fine di ottenere un prodotto pronto per la commercializzazione diretta con il marchio del Consorzio stesso.

 

Si tratta di una rivoluzione organizzativa che garantisce reddito adeguato alla produzione di base e porta sul mercato un prodotto che presenta un valore aggiunto e un posizionamento del tutto peculiari: una pasta prodotta con modalità semiartigianali (trafilatura in bronzo, essiccatura lenta, ecc.) da una semola Senatore Cappelli ottenuta dalle coltivazioni dell’Alta Irpinia, territorio incontaminato e da sempre vocato a tali produzioni.

 

Con la raccolta di grano 2013 gli agricoltori riescono a realizzare circa 400 quintali di pasta ed oggi si è pronti per una vita autonoma e sostenibile del Consorzio.

 

Il FAI, presieduto dal giovane agricoltore Antonio Ciani, appena ventiseienne. conta oggi 26 associati e vede continue richieste di adesione.

 

Gli agricoltori del FAI sono arrivati a seminare grano Senatore Cappelli su 75 ettari e, con la raccolta 2014, si stima di poter produrre circa 1.400 quintali di pasta.

 

Il GAL Cilsi continua a essere impegnato nel sostegno alla filiera cerealicola e, nell’ambito delle attività di assistenza tecnica rivolte alle iniziative di valorizzazione dei prodotti locali di pregio ambientalmente sostenibili, sosterrà il FAI nelle sue attività di incremento e miglioramento della produzione  e commercializzazione.

 

 

Valorizzazione del sistema di allevamento pastorale e transumante

dei bovini podolici dell’Italia Meridionale: cultura, natura, turismo e produzione (*)

Serafino Celano

 

Su iniziativa di tre Gruppi di Azione Locale della Campania, è partito, nel corso del 2005, un pro­getto di cooperazione interterritoriale finalizzato, con un budget di oltre cinquecentomila euro, ad una forte valorizzazione dell’allevamento podoli­co in Italia Meridionale.

Dopo una fase di animazione e di ricerca di coin­volgimenti, ai tre GAL promotori campani si uni­vano altri gruppi dalla Basilicata, dalla Puglia e dalla Calabria, con la firma dell’accordo di coo­perazione e la presentazione, nelle rispettive regioni, dei piani di azione.

La finalità del progetto di cooperazione interter­ritoriale risiede nell’intento di operare una valo­rizzazione delle risorse sia produttive che turisti­che del territorio della montagna meridionale. Il gruppo promotore del progetto interterritoriale, formato da tecnici e progettisti dei GAL campa­ni, aveva imparato, già durante le attività di ani­mazione e confronto con il mondo della filiera lattiero-casearia delle aree interne, a riconosce­re, nell’allevamento podolico, un elemento di antica tradizione e di particolare suggestione. Come suggeriscono alcune attente opere di rico­struzione culturale ed economica riferite alle produzioni tipiche meridionali, la sopravvivenza, negli ultimi decenni - caratterizzati dal favore normativo verso razze non autoctone e vocate alla produzione di carne e latte per produzioni indifferenziate e di massa - di una razza così peculiare come la podolica, si deve ad una sorta di attaccamento affettivo degli allevatori che, a dispetto di numerosi elementi disincentivanti, hanno continuato a portare al pascolo questi ani­mali antichi.

Anche a queste motivazioni si deve la presenza ancora attuale di queste mandrie capaci di sopravvivere ai rigidi climi dell’Appennino meridionale, in grado di adattarsi in maniera egregia al paesaggio ed alle caratteristiche dei pascoli e del sottobosco appenninico fino a diventare un’icona rappresentativa della mon­tagna meridionale.

Un viaggio attraverso la montagna meridionale dal basso Molise fino all’Appennino calabrese, con una deviazione verso la montagna del Garga­no pugliese – avrà, tra le sue costanti, anche la presenza suggestiva di questa “vacca bianca”, un animale magro e forte, dal profilo aspro come il paesaggio in cui è inserito e di cui è parte inte­grante.

E proprio questo è stato il percorso di animazio­ne che il gruppo promotore del progetto interter­ritoriale ha intrapreso. Il contatto con i gruppi di azione locale delle zone della podolica ha assun­to l’aspetto di un viaggio punteggiato da momen­ti di incontro con tecnici e allevatori ai quali, prima di proporre azioni e interventi specifici, si è proposto di “fare qualcosa insieme per la podolica”.

Questa semplice proposizione ha fatto immedia­tamente scattare quegli elementi di riconosci­mento reciproco “interterritoriale” che, nel caso specifico, assumono due connotazioni peculiari: il riconoscimento del valore della podolica è, a un tempo, riconoscimento di una cultura comune – i nostri territori sono simili, i nostri alleva­tori producono da sempre degli ottimi cacioca­valli – e riconoscimento di una serie di collega­menti e di contatti “tra” i territori – i nostri alle­vatori, attraverso la transumanza, operano una connessione culturale ed economica tra i nostri territori.

Sulla base di questi elementi preliminari, è stato abbastanza agevole trovare stimolo e opportunità per concordare azioni comuni, anche perché comune era la consapevolezza di avere a che fare con una questione che, singolarmente, sem­brava riassumere in sé le caratteristiche più sug­gestive dell’approccio Leader.

Si può dire che una prima acquisizione di que­sto progetto è consistita in tale naturale riscoper­ta di una reale interterritorialità: una riscoperta e non una forzatura progettuale. Il territorio della podolica è già un territorio segnato dalle direttri­ci di transumanza e dalle caratteristiche morfo­logiche del mezzogiorno interno, al di là e nono­stante i confini amministrativi regionali. Si trat­tava, pertanto, di valorizzare e assecondare una risorsa presente e antica.

L’acquisizione di questo punto di partenza ha reso agevole ipotizzare e progettare una serie di interventi finalizzati ad attivare processi di ani­mazione scaturiti quasi naturalmente dalle pre­messe comuni. In primo luogo, si è pensato ad un percorso di valorizzazione del caciocavallo podolico attraver­so l’animazione di una struttura associativa fina­lizzata alla gestione di un marchio collettivo (Il caciocavallo podolico dell’Appennino Meridiona­le), a partire da iniziative regionali a vari livelli di avanzamento. Questa direttrice si interseca con quella relativa alla valorizzazione della carne podolica, finalizzata, a un tempo, a sfruttare una forte potenzialità – il richiamo, sul mercato, di una produzione di carne da animali allo stato brado – e a costituire un forte elemento di incen­tivo alla partecipazione da parte degli allevatori, fortemente sensibili ad opportunità di migliora­mento generale della produttività.

Questi percorsi di animazione assumono una caratteristica di emersione di produzioni che attualmente risentono di difficoltà di regolarizza­zione igienico-sanitaria (da affrontare nel rispet­to delle tecniche tradizionali di caseificazione al pascolo) e di una scarsità di quote latte distribuite agli allevamenti di montagna.

La valorizzazione produttiva, peraltro, prevede una particolare attenzione verso le terre pubbli­che, che rappresentano uno specifico target di monitoraggio e miglioramento, anche attraverso il coinvolgimento degli enti locali responsabili. Manutenzione e miglioramento dei pascoli pub­blici e delle strutture (i casoni) ivi esistenti hanno il valore di interventi rivolti sia al contesto produttivo, sia a specifiche modalità di protezio­ne e cura del territorio montano, con importanti ricadute d tipo naturalistico e ambientale.

Il passo strategico che rafforza tale caratteristica si compone di due diramazioni logiche: la valo­rizzazione turistica del territorio montano - a par­tire dai luoghi della produzione e del pascolo – e le azioni di riconciliazione tra il mondo pastora­le e l’opinione pubblica, un rapporto spesso caratterizzato da equivoci ed incomprensioni.

Il progetto, infine, nel costruire reti trasversali di valorizzazione produttiva, turistica e culturale, mira a realizzare un riferimento istituzionale interregionale del mondo della podolica (gli alle­vatori, i comuni, i pascoli, il marchio collettivo, l’associazione, ecc.), utile a rappresentare ed organizzare una realtà omogenea e storicamente collegata al suo interno.

Un intervento emblematico, da questo punto di vista, è rappresentato dalla costituzione di una rete denominata “I Comuni della Podolica”, intesa a costruire elementi di identità e ricono­scibilità nei territori delle regioni appenniniche meridionali, legati da una comune storia di cul­tura pastorale e transumante, oltre a facilitare iniziative di promozione turistica, culturale e produttiva.

È ancora prematuro trarre un bilancio, ancorché parziale, del progetto, che è agli inizi della sua operatività. Si può, peraltro, sottolineare come il processo di dibattito, confronto e scambio di idee della fase di animazione, culminato con la sottoscrizione dell’accordo di cooperazione, rappresenta una prima utile esperienza di relazione e lavoro collettivo che ha già visto, ad oggi, un ampio coinvolgimento di istituzioni locali e di produttori, al di là dei grup­pi di azione locale rappresentativi dei territori.

Continuare lungo questa strada, intensificare gli aspetti di arricchimento reciproco tra punti di vista e approcci tematici (la cultura, il turi­smo, l’ambiente montano, le produzioni di qualità),  insieme ad un costante lavoro di rete basato fortemente sul ruolo dei comuni, rappre­senta una garanzia di successo per l’avvenire ed un esempio di una buona politica pubblica in ambito rurale.

(*) Articolo apparso in RIVISTA DELLO SVILUP­PO RURALE, Quadrimestrale della Rete Nazio­nale per lo Sviluppo Rurale, n° 6/2006, a cura della Rete Leader. Quella che segue è una nota sullo stato di attua­zione del progetto al 2008.

Il progetto di valorizzazione della cultura pasto­rale della podolica è in piena attività, avendo lanciato, nelle regioni del partenariato interterri­toriale, i seguenti interventi, tutti operativi ed in via di completamento nel corso del 2008:

Asse 1 - Percorsi di storia, cultura, turismo e ambiente della montagna meridionale: la cultura pastorale transumante e la conservazione del ter­ritorio montano:

Definizione, attrezzaggio e gestione di itinerari turistici segnati da luoghi di produzione e com­mercializzazione di prodotti tipici. Divulgazione per ristoranti, trattorie e agriturismi. Definizione e attuazione di un piano di comunicazione turistico e storico-culturale.

Asse 2 - Il sistema di allevamento pastorale e transumante dei bovini podolici dell’Appennino Meridionale: valorizzazione produttiva

Promozione e costituzione dell’Associazione degli allevatori podolici dell’Appennino Meri­dionale.

Definizione e adozione di disciplinari di produzio­ne finalizzati alla gestione di marchi collettivi. Consulenza, assistenza tecnica e adeguamenti, con particolare riferimento alla regolarizzazione igienico-sanitaria.

Azioni di assistenza tecnica finalizzate migliora­mento della qualità dei prodotti. Realizzazione di una mappatura tematica delle terre pubbliche e di altri strumenti di gestione e miglioramento dei pascoli.

Il partenariato In Campania: GAL Casacastra (Capofila), GAL Verde Irpinia, GAL ADAT, GAL Colline Salernita­ne.

In Basilicata: GAL Basento Camastra, GAL CSR Marmo Melandro.

 

In Puglia: GAL Meridaunia.

 

In Calabria: GAL Kroton.
 
Le principali produzioni audio video
Esperienze

 Mediaterrae film commission è lo stumento con il quale il Gal Cilsi promuove e valorizza  il territorio irpino attraverso la produzione audio-video

 
Written by Isabella Andrighetti   


UN MODELLO PER LE LOCALITÀ DEL PSL

SVILUPPATO DAL TOURING CLUB ITALIANO

Area Programmi territoriali - Bandiere arancioni

Direzione Attività associative e territorio Touring Club Italiano

L’iniziativa “Qualità del territorio e dei servizi turistici: un modello per le località del PSL Terre d’Irpinia - Villaggi delle fonti”, sviluppata nel triennio 2004 – 2006 dal Touring Club Italiano in collaborazione con A.G.I.Re. (Agenzia per la Gestione e l’Implementazione di Reti), ha porta­to a delineare il contesto del turismo nei Comu­ni parte del PSL e ha permesso l’avvio nel terri­torio di un percorso di miglioramento condiviso e costante nel tempo.

L’analisi effettuata si è focalizzata sui centri “minori” localizzati nell’entroterra e con popola­zione inferiore ai 15.000 abitanti, generalmente esclusi dai principali flussi turistici che si con­centrano nelle città d’arte e lungo la costa, per i quali si coglie la necessità di una programmazio­ne specifica. L’iniziativa si è basata sull’applica­zione del Modello di Analisi Territoriale (M.A.T.) del Touring Club Italiano con l’obiettivo di iden­tificare un prodotto turistico integrato, competi­tivo e di qualità.

L’individuazione del valore delle singole località è stato fondamentale per fornire alle diverse realtà territoriali gli strumenti adeguati per una riqualificazione sia locale sia di network. L’ini­ziativa è stata sviluppata nel triennio 2004­2006 attraverso tre macro-fasi di attività:

1° anno (2004) – AVVIO E RACCOLTA DELLE CANDIDATURE

AZIONI: presentazione della candidatura da parte dei Comuni; verifica da parte di TCI dei moduli e dei parametri di valutazione da applicare alla realtà locale; attività di sensibilizzazione e infor­mazione in merito all’iniziativa; raccolta delle “schede Comune”, compilate dalle singole loca­lità; analisi e valutazione dei dati raccolti trami­te candidatura; individuazione dei Comuni oggetto di analisi sul campo

OBIETTIVI: attivazione di processi di autoanalisi e di sensibilizzazione verso tematiche fondamen­tali per uno sviluppo turistico sostenibile delle località.

2° anno (2005) - ATTIVAZIONE DI SOPRALLUOGHI ED ELABORAZIONE DI PIANI DI MIGLIORAMENTO

AZIONI: analisi delle località selezionate (anno 2004); sopralluoghi sul campo e screening; ela­borazione di un documento, ad hoc per ogni Comune, realizzato in base ai punti di forza e di debolezza individuati nel corso dell’analisi, dei fattori critici e delle potenzialità espressi dal ter­ritorio.

OBIETTIVI: sulla base di un’approfondita analisi integrata da elementi rilevati sul campo, indica­zione di specifiche azioni di sviluppo e miglioramento nel sistema di offerta turistica locale.

3° anno (2006) - VERIFICA

AZIONI: esame, attraverso delle “schede di verifi­ca” compilate dai Comuni, delle azioni intrapre­se e dei risultati conseguiti dalle singole località secondo quanto indicato da Touring nel Piano di miglioramento; verifica sul campo dello stato di avanzamento degli interventi e delle iniziative in riferimento a quanto indicato nel Piano di miglioramento; elaborazione dossier finale per ogni Comune, comprensivo dell’esito dell’analisi del 2006 e delle attività svolte nel corso del triennio 2004-2006.

OBIETTIVI: misurazione del grado di attivazione delle azioni suggerite e dei risultati raggiunti; monitoraggio e accompagnamento nel processo di miglioramento del territorio.Complessivamente, l’analisi è stata effettuata su due piani:

  • a livello di singolo Comune, con un’analisi ad hoc per ciascuna realtà territoriale;
  • a livello di area, con una riflessione di sistema attraverso la redazione di un “Piano di area”, orientato al miglioramento sistemico e stretta­mente legato all’analisi dei singoli Comuni.

Il vero valore aggiunto del Modello di Analisi Ter­ritoriale Touring è riconoscibile nell’attivazione sul territorio di processi di conoscenza, migliora­mento e riqualificazione mirati al potenziamento della qualità dei luoghi, dell’offerta e dei servizi a vantaggio sia della popolazione sia dei turisti. Le attività sviluppate nel triennio 2004-2006 hanno inoltre favorito la creazione di una rete di Comuni nella quale condividere l’impegno verso uno sviluppo turistico di qualità e lo stimolo alla realizzazione di azioni valide e concrete.

Il lavoro intenso di questo triennio e gli sforzi intrapresi dalle singole amministrazioni comunali hanno svolto un ruolo importante, che deve essere portato avanti con l’obiettivo di raggiungere il riconoscimento della Bandiera arancione del Touring Club Italiano, il marchio di qualità turistico-ambientale, destinato alle piccole località dell’entroterra che si distinguono per un’offerta d’eccellenza e un’accoglienza di qualità e che dimostrano di saper conservare e valorizzare le risorse locali, ambientali, storico-culturali e sociali senza compromettere le esigenze delle comunità ospitanti e l’integrità dell’ambiente circostante.

I comuni dell’area LEADER+ che hanno intrapreso il percorso per l’assegnazione del Marchio “Bandiera Arancione” sono: Aquilonia, Bagnoli Irpino, Conza della Campania, Lacedonia, Montella, Montemarano, Nusco, Rocca San Felice, Taurasi, Torella Dei Lombardi.

 

 
Il Carmasciano, un formaggio sotto il cielo della Valle d'Ansanto

È de l’Italia in mezzo e de’ suoi monti una famosa valle, che d’Amsanto si dice. Ha quinci e quindi oscure selve, e tra le selve un fiume che per gran sassi rumoreggia e cade, e sí rode le ripe e le scoscende, che fa spelonca orribile e vorago, onde spira Acheronte, e Dite esala. In questa buca l’odïoso nume de la crudele e spaventosa Erinne gittossi, e dismorbò l’aura di sopra. Virgilio, Eneide, VII, trad. di Annibal Caro

La Valle d’Ansanto è stata raccontata non solo da Virgilio, che la collocava al centro dell’Italia e ne faceva la sede della porta dell’aldilà, ma da chiunque si sia occupato, a vario titolo, dell’Irpi­nia: dai poeti agli scienziati, dagli archeologi ai geologi, dagli storici ai viaggiatori. La zona è compresa tra i comuni di Rocca San Felice, Frigento, Torella dei Lombardi e Villamaina, in provincia di Avellino. Una depressione del terreno con un laghetto ribollente, piccoli vulca­ni di fango ed esalazioni gassose, ne fanno un luogo misterioso e, nello stesso tempo, di gran­de interesse scientifico. È la Mefite, o Mofeta, nome che indica sia l’antica divinità pagana, venerata dalle popolazioni osce e sannite come dea mater della vita e della morte, sia il fenome­no paravulcanico.

Una dettagliatissima testimonianza letteraria sulla Mefite la dobbiamo ad un viaggiatore ingle­se del settecento, Henry Swinburne, che nel dia­rio del suo viaggio nel Regno delle Due Sicilie avvenuto tra il 1777 e il 1780, scrive: “Il fondo della valle è spoglio e arido; nella parte più bassa, chiuso da una delle colline, c’è un laghet­to ovale di acqua melmosa color cenere, con un diametro non superiore ai cinquanta piedi. Ribolle in diversi punti con grande impeto in attacchi irregolari, che sono sempre preceduti da un suono sibilante. Molte volte l’acqua è gettata all’altezza della nostra testa in direzione obliqua, ed ha formato un vortice intorno, come un cati­no, per contenerla non appena cade. Una gran­de quantità di vapore è gettata continuamente fuori con gran rumoreggiare.” 2

Alla dea italica Mefite era dedicato un santuario all’aperto, di cui è stata rinvenuta la ricca stipe votiva, con numerosi e preziosi reperti che sono oggi ospitati nel museo archeologico di Avellino: sono soprattutto statuette fittili, ma è stata ritro­vata anche una collana d’ambra, oltre ad alcune bellissime statue lignee votive, i cosiddetti xoana, che, nonostante l’estrema deperibilità del materiale, si sono conservate proprio grazie alle particolari condizioni geochimiche del suolo. Per tutto il medioevo la Valle d’Ansanto conservò la sua fama di porta dell’inferno, anche se il culto della divinità italica era stato sostituito con quello cristiano di Santa Felicita martire, tutt’o­ra protettrice di Rocca San Felice.

Questo piccolo paese sorge sulle pendici del poggio roccioso dove, fin dal periodo della domi­nazione normanna, è impiantata la rocca difen­siva da cui prende il nome. Composto dalla torre-mastio (o donjon) restaura­ta dopo il terremoto del 1980 e da un recinto murario in pietrame all’interno del quale scavi archeologici hanno portato all’individuazione di una serie di ambienti di servizio alla torre ed unità abitative, l’imponente fortilizio domina l’intero territorio grazie ad una posizione alta­mente strategica.

Ai piedi dell’altura si sviluppa tutto il centro antico del paese. Una delle case del borgo ospi­ta il ristorante-museo 3 : qui un gruppo di giova­ni propone gastronomia locale con menu stagio­nali e tematici nei quali un posto di rilievo è assegnato al pecorino Carmasciano; si organizza­no anche eventi culturali, visite guidate nel borgo e nel museo civico, dove sono esposti numerosi reperti - soprattutto oggetti di cerami­ca di uso comune - provenienti dagli scavi ese­guiti durante i lavori di restauro del castello. Nel borgo di Rocca S. Felice ogni estate si svolgono feste medievali.

Anche Guardia Lombardi, che ai tempi di Fran­cesco De Sanctis e del suo Viaggio Elettorale era “il paese della provincia più alto sul livello del mare” e con l’attuale assetto provinciale è supe­rato in altezza solo da Trevico, è arroccato su di un’altura dalla quale si gode la vista di un terri­torio vasto, dalla Baronia al Formicoso, dalla valle dell’Ofanto alla Valle d’Ansanto.

Nel centro antico, dall’impianto tipicamente medievale, si trova la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, con l’ampio sagrato che nelle fre­sche sere d’estate ospita spettacoli e manife­stazioni. In queste terre caratterizzate da pascoli naturali ricchi di essenze spontanee aromatiche, si alle­vano le pecore da tempo immemorabile, e da tempo immemorabile si trasforma il latte in for­maggio.

Alcune antiche usanze legate alla produzione ed alla trasformazione del latte si sono conservatefino ad anni recenti, compreso l’uso di strumen­ti e attrezzi; di altre rimane la memoria, come nel caso della catarina, uno strumento particola­rissimo legato alla turnazione, cioè un’arcaica forma di associazionismo: gli allevatori di uno stesso territorio consegnavano il latte prodotto ad uno solo di loro che, a turno, provvedeva alla trasformazione; per misurare il latte prodotto da ciascun allevatore si usava la catarina, un basto­ne provvisto di tacche come unità di misura.

Questa usanza rappresentava per gli allevatori un importante momento di aggregazione e garantiva anche ai più piccoli la possibilità di caseificare. Perché non se ne perda la memoria, è stato inti­tolato proprio “La Catarina d’Oro” il Concorso Provinciale dei formaggi a latte crudo indetto dalla Regione Campania attraverso i Servizi di Sviluppo Agricolo della provincia di Avellino, in collaborazione con l’Associazione Nazionale For­maggi Sotto il Cielo (ANFoSC) e con l’Organizza­zione Nazionale Assaggiatori Formaggi (ONAF).

Il pecorino Carmasciano, che prende il nome dalla contrada compresa tra i Comuni di Rocca San Felice e Guardia Lombardi, nasce dal latte della pecora Laticauda, cioè “dalla coda larga”. Il territorio interessato alla produzione del Car­masciano include anche parte dei comuni di Fri­gento, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Frigento sorge in bella posizione panoramica sulla Valle d’Ansanto, a 911 metri sul livello del mare. La sua fondazione è di epoca romana, come testimoniano i ritrovamenti di frammenti di iscri­zioni e soprattutto un sistema di cisterne molto ben conservate. Successivamente colonia sanni­ta, poi insediamento longobardo, quindi feudo di diverse famiglie, è sopravvissuta a più d’una distruzione a seguito di invasioni o terremoti.

Le cisterne romane di Frigento, conosciute anche con il nome di “pozzi”, sono un poderoso complesso per la raccolta delle acque piovane, realizzato in “opus cementicium” con paramen­ti in “opus incertum”. L’acqua raccolta nelle cisterne veniva incanalata verso altre zone del centro abitato e probabilmente alimentava anche un complesso termale.

La cattedrale, con una via crucis quattrocente­sca e un bel soffitto dipinto, conserva anche le reliquie di S. Marciano di Modone, vescovo di Frigento nel V secolo. Dalla bella passeggiata di via Limiti si possono godere molte suggestive viste dei paesaggi circo­stanti. Qui una targa riporta una citazione dal Viaggio in Italia di George Berkeley 4 che aveva  visitato questi luoghi nel giugno del 1717: “Da Frigento, dove abbiamo pranzato sub Dio fuori città (mentre la gente era li a guardarci), siamo scesi per tre miglia, attraversando boschi, grano, pastura, all’Amsancti Lacus, triangolare, bianca­stro, maleodorante, con un perimetro di circa 40 passi”.

Nel centro antico di Sant’Angelo dei Lombardi, segnato indelebilmente dal terremoto del 1980, fanno bella mostra di sé la Cattedrale e il Castello. La cattedrale, dalla bella facciata cinquecente­sca, è oggi completamente restaurata ed è stata riaperta al culto. Nel castello, grazie ai lavori di restauro sono stati invece scoperti consistenti resti di una chiesa risalente ad un’epoca com­presa tra l’XI ed il XII secolo e di cui si ignorava l’esistenza.

In territorio di Sant’Angelo dei Lombardi, in località Goleto, si trova la splendida abbazia di S. Guglielmo, complesso monastico fondato nel XII secolo da San Guglielmo da Vercelli, costitui­to da un doppio monastero (maschile e femmini­le), da una chiesa superiore ed una inferiore con un casale circostante ed un cimitero di servizio. Si tratta di uno dei più importanti complessi monastici monumentali dell’Italia meridionale, ricchissimo di testimonianze di storia e di arte, dalla Torre Febronia risalente al 1152 alla sette­centesca Chiesa Grande, in parte crollata, edifi­cata dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro. Torella dei Lombardi condivide con Sant’ Angelo e Guardia il toponimo che evoca il periodo della dominazione longobarda, epoca alla quale risale l’impianto originario del castello, di cui però non si conservano tracce.

Ricostruito nel tredicesimo secolo e modificato ed ampliato tra sedicesimo e diciottesimo seco­lo, il complesso architettonico mostra ancora due torri con basamento scarpato, il rivellino antemurale ed il cortile interno. Un giardino pensile si trovava tra le due torri, dove si ammirano un portale di pietra cinqucen­tesco ed il gran corpo di fabbrica residenza dei signori feudatari ed oggi sede degli uffici comu­nali e del museo archeologico. In località Girifalco, oltre ad un’area attrezzata per pic-nic, meta di escursioni grazie ad uno spettacolare bosco costituito da piante ad alto fusto, si trova una torre quadrangolare di epoca normanna, datata fra dodicesimo e tredicesimo secolo, costruita con elementi architettonici di spoglio provenienti da strutture murarie di età romana.

È in questi territori, come in diverse zone inter­ne collinari della Campania, che si alleva la pecora Laticauda, di origine incerta ma probabil­mente derivante dall’incrocio di razze autoctone con razze provenienti dal nord Africa, il cui latte è alla base della produzione del Carmasciano. Questo formaggio a pasta dura, cruda o semicot­ta, viene stagionato per un periodo che va dai tre ai sei mesi. Si presenta con una crosta dura e rugosa, di colore giallo ambrato. L’occhiatura è rara e di piccole dimensioni. La pasta compatta e morbida, il cui colore varia dal giallo paglierino nei pecorini giovani al giallo dorato in quelli più stagionati, sprigiona un profumo di fieno e frutta secca.

Il sapore è inizialmente dolce e delicato, ma tende al piccante man mano che avanza la sta­gionatura. Il Carmasciano fa parte di quei formaggi prodot­ti esclusivamente con il latte ottenuto da anima­li al pascolo, che sono stati denominati “for­maggi sotto il cielo” dall’associazione che si propone di valorizzarli e tutelarli. L’erba del pascolo contiene un’elevata quantità di acidi grassi insaturi, che si ritrovano in gran parte nel latte e la cui ossidazione determina la formazio­ne di sostanze che contribuiscono ad arricchire l’aroma del formaggio. Il beta - carotene conte­nuto nel latte degli animali al pascolo è una pro-vitamina che, oltre a colorare di giallo il for­maggio, ne influenza l’aroma ed ha un’azione antiossidante.5

Sono in molti a credere che a queste caratteristiche comuni a tutti i formaggi sotto il cielo si debba aggiungere, nel caso del pecorino Carma­sciano, l’influenza esercitata dalla dea Mefite - e comunque dalle esalazioni mefitiche - sull’aro­ma e sul sapore, davvero particolarissimi, di que­sto formaggio. Magia a parte, è stato avviato uno studio da parte della regione Campania in collaborazione con l’istituto Sperimentale per la Zootecnia con sede a Bella, in provincia di Potenza, sull’in­fluenza che i composti solforati possono eserci­tare sulla qualità del latte di questi pascoli e quindi del formaggio.

La Valle d’Ansanto è legata non solo alla produ­zione del pecorino Carmasciano, ma in generale alla vita di pastori e greggi, anche transumanti, da tempi antichissimi. Qui infatti si veniva per curare sia malattie della pelle e dolori reumatici che la scabbia degli ovini, ricorrendo alle proprietà terapeutiche delle acque sulfuree. Intorno al lago, inoltre, i pastori si procuravano la macra, una speciale argilla gialla che una volta cotta diventava rossa e che veniva utilizzata per segnare gli armenti.

Anche su questo Henry Swinburne, sempre nel suo Travels in the Two Sicilies, ci fornisce una testimonianza diretta e circostanziata: “Le pietre sul terreno degradante, che si affaccia sopra la pozza d’acqua, sono quasi gialle, essendo tinte da vapori sulfurei e dal cloruro d’ammonio.

 

Un odore nauseabondo, proveniente dal vapore, ci costrinse a girarci in direzione del vento e a respirare aria pura per evitare di soffocare. L’ac­qua è abbastanza insipida sia di sapore che di colore; l’argilla ai margini è bianca, e viene tra­sportata in Puglia, per strofinarla sulle pecore scabbiose, e per questo motivo il laghetto è dato in affitto per cento ducati all’anno.” 6

 

Le acque della Valle d’Ansanto continuano ad essere usate a scopo terapeutico: due sorgenti d’acqua sulfureo-carbonica oggi alimentano uno stabilimento termale che era attivo e noto già nel diciottesimo secolo: le Terme di San Teodoro di Villamaina.

 

 

NOTE

1 Il carmasciano, con il pecorino bagnolese ed il cacio­cavallo podolico, è stato oggetto di uno studio realizza­to nell’ambito del PSL dall’Associazione Nazionale For­maggi Sotto il Cielo (ANFoSC), nata nel 1995 per tute­lare e valorizzare i formaggi prodotti esclusivamente con il latte di animali allevati al pascolo.

2 Henry Swinburne, Travels in the Two Sicilies in the Years 1777, 1778, 1779 and 1780, Londra 1783, in Pia Cannavale, Henry Swinburne: un viaggiatore inglese nell’Irpinia del ’700, Liberamente Liber, 1997, p.27.

3 Il ristorante – museo di Rocca San Felice è una delle azioni previste dal Piano di Azione Locale “Terre d’Irpi­nia” gestito dal GAL CILSI, realizzata nel 2000: si trat­tava di un Progetto Pilota per la realizzazione di un primo nodo della Rete Turistica Leader in Alta Irpinia, con l’obiettivo specifico della tutela e della promozione della cultura alimentare locale, delle materie prime del territorio e della loro trasformazione secondo tradizione.

4 G. Berkeley, Viaggio in Italia, a cura di Thomas H. Jes­sop e Mariapaola Fimiani, Bibliopolis, Napoli, 1979. 5 cfr. AA. VV., FORMAGGI LEADER IN IRPINIA - Il Caciocavallo Podolico, il Carmasciano, il Bagnolese, GAL Verde Irpinia, Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo (ANFoSC), Caseus Editore, Potenza, 2006. 6 Henry Swinburne, ibidem.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Gruppo di Azione Locale C.I.L.S.I. - A. C. Celano, G. Galasso, Terre d’Irpinia - La guida, CRESM Campania, 2001.

G. Berkeley, Viaggio in Italia, a cura di Thomas H. Jes­sop e Mariapaola Fimiani, Bibliopolis, Napoli, 1979. Henry Swinburne, Travels in the Two Sicilies in the Years 1777, 1778, 1779 and 1780, Londra 1783, in Pia Cannavale, Henry Swinburne: un viaggiatore ingle­se nell’Irpinia del ’700, Liberamente Liber, 1997. Angelo Petretta, La Catarina d’oro, in Regione Campa­nia, STAPA - CePICA di Avellino, Irpinia Rurale, Anno 1, Numero 1, Maggio 2004.

Gerardina Rita de Lucia, La transumanza nel principa­to Ultra, in Diomede Ivone (a cura di), La transumanza nell’economia dell’Irpinia in età moderna, Atti del Con­vegno di Studio - Andretta (AV), 21 e 22 giugno 2001, Editoriale Scientifica, Napoli, 2002.

AA. VV., FORMAGGI LEADER IN IRPINIA - Il Cacioca­vallo Podolico, il Carmasciano, il Bagnolese, GAL Verde Irpinia, Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo (ANFoSC), Caseus Editore, Potenza, 2006.

 
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